Il Natale di sangue a Fiume, memoria di una guerra fratricida tra italiani
Il 29 dicembre 1920 entrò in vigore la tregua che pose fine agli scontri fra i legionari di Gabriele d’Annunzio e le truppe del Regio Esercito: un episodio drammatico della storia nazionale che Lorenzo Salimbeni, sul sito dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ricostruisce come una dolorosa pagina di guerra civile tra italiani
Natale di sangue Foto: Società di Studi Fiumani
La commemorazione funebre di d'Annunzio Foto: Società di Studi Fiumani
L’epilogo dell’impresa dannunziana
Secondo quanto racconta Lorenzo Salimbeni, ciò che passò alla storia come Natale di sangue iniziò il 24 dicembre 1920, quando le forze italiane «presero a cannoneggiare ed attaccare la Reggenza Italiana del Carnaro», lo Stato creato da d’Annunzio in attesa dell’annessione di Fiume al Regno d’Italia. Se l’ingresso del Vate nella città il 12 settembre 1919 era stato rapido e quasi incruento, la fine dell’esperienza fiumana fu invece segnata da violenza e lutti. Per oltre un anno i legionari avevano mantenuto il controllo dell’ex porto dell’Impero austro-ungarico, mentre la questione dell’appartenenza territoriale rimaneva sospesa fra trattative diplomatiche e pressioni internazionali.
Il contesto politico e il Trattato di Rapallo
Salimbeni ricorda che già il 30 ottobre 1918 il Consiglio Nazionale Italiano di Fiume aveva proclamato l’annessione all’Italia appellandosi al principio di autodeterminazione dei popoli. Ma gli Stati Uniti d’America sostennero le rivendicazioni del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni su vaste aree dell’Adriatico orientale. Lo stallo dei negoziati portò al gesto di forza di d’Annunzio, mentre il 12 novembre 1920 il Trattato di Rapallo fissò il nuovo confine italiano sulle Alpi Giulie, includendo le isole del Carnaro e Zara in Dalmazia, e prospettando per Fiume la creazione di uno Stato libero. In questo scenario, non c’era più spazio per la Reggenza del Carnaro e per la Carta del Carnaro che l’aveva dotata di una propria struttura costituzionale.
L’assedio e i bombardamenti della città
Investito dei pieni poteri previsti dalla sua stessa costituzione, il Comandante reagì occupando Arbe e Veglia e cercando di infiammare gli animi a Zara. Il Regio Esercito strinse d’assedio Fiume, mentre la Regia Marina partecipò ai bombardamenti che devastarono la città. Come sottolinea Salimbeni, furono soprattutto «i danni e le vittime causate dai bombardamenti» a convincere d’Annunzio a chiedere una tregua, concessa per avviare le trattative di resa che sarebbero state firmate ad Abbazia il 31 dicembre 1920.
La tregua, la resa e i caduti del Natale di sangue
Con l’arrivo del nuovo anno iniziò la smobilitazione dei legionari. Al cimitero di Cosala si svolse l’ultima apparizione pubblica del poeta-soldato nel contesto fiumano, durante la sepoltura congiunta dei caduti, avvolti nello stesso Tricolore. Il bilancio, riportato da Salimbeni, fu pesante: tra i fiumani 22 morti militari e 5 civili, 203 legionari e 25 civili feriti; tra le truppe regolari 17 caduti e circa un centinaio di feriti. Le parole finali di d’Annunzio, «prive di rancore e dense di patriottismo», suggellarono simbolicamente la pacificazione tra due parti che si erano combattute ritenendo entrambe di servire la Patria.
Un preludio alle tensioni del biennio rosso
Lo storico dell’ANVGD ricorda come, nei mesi successivi, l’Italia sarebbe stata travolta dal cosiddetto biennio rosso, con scontri sociali e politici destinati a sfociare in una guerra civile ancora più aspra e nell’ascesa del fascismo. Il Natale di sangue di Fiume rimane così una pagina emblematica: uno scontro interno, maturato in un clima di tensione nazionale e internazionale, in cui italiani combatterono contro altri italiani nel nome di diverse idee di patria e di futuro.
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