18 gennaio 1981, la marcia su Pisa che fece tremare i palazzi romani
Il giorno in cui la città si svegliò con i paracadutisti della Folgore nelle strade che manifestavano in solidarietà di due commilitoni aggrediti in città da militanti dell’estrema sinistra
Il 18 gennaio 1981 Pisa visse una delle giornate più tese e controverse della sua storia recente. Un episodio che ancora oggi viene ricordato come “la marcia su Pisa”, quando centinaia di paracadutisti della Brigata Folgore attraversarono il centro cittadino in una manifestazione spontanea e non autorizzata, destinata a far scattare un allarme politico e istituzionale fino a Roma.
Il contesto degli anni di piombo
L’Italia dei primi anni Ottanta era ancora profondamente segnata dal terrorismo politico, dalle aggressioni ideologiche e da un clima di forte contrapposizione sociale. Pisa, città universitaria, non era estranea a quel clima. In questo contesto maturò l’episodio che avrebbe acceso la miccia della protesta.
L’aggressione che fece esplodere la tensione
Nei giorni precedenti al 18 gennaio, due giovani paracadutisti della Folgore furono aggrediti in città da militanti dell’estrema sinistra. Uno dei due riportò ferite tali da rendere necessario il ricovero ospedaliero. La notizia si diffuse rapidamente all’interno delle caserme, alimentando rabbia e senso di accerchiamento tra i militari, che interpretarono l’episodio come l’ennesimo attacco ideologico contro di loro.
La decisione spontanea di uscire dalle caserme
Nella mattinata di domenica 18 gennaio, senza ordini ufficiali e senza autorizzazioni, gruppi di paracadutisti lasciarono le caserme e si diressero verso il centro cittadino. Non si trattò di una protesta organizzata da strutture militari, ma di una reazione collettiva nata dal basso, guidata dallo spirito di corpo e dal desiderio di dare una risposta simbolica all’aggressione subita dai commilitoni.
La marcia nel centro di Pisa
I paracadutisti attraversarono alcune delle principali vie cittadine marciando in modo compatto e ordinato. Non vi furono scontri armati né azioni violente sistematiche, ma la sola presenza di militari dell’Esercito che sfilavano in città fu sufficiente a generare paura e sgomento. Molti cittadini assistettero increduli a una scena che non si vedeva dalla fine della Seconda guerra mondiale.
L’allarme nelle istituzioni
La notizia raggiunse rapidamente il Governo e i vertici dello Stato. In un Paese ancora fragile sul piano democratico, l’idea che militari potessero muoversi autonomamente nello spazio pubblico fu considerata un segnale gravissimo. Non tanto per un reale rischio di colpo di Stato, quanto per il precedente che quell’episodio rappresentava: la rottura simbolica del principio di netta subordinazione delle Forze armate al potere politico.
Il rientro e le conseguenze
Nel corso della giornata la situazione rientrò. I paracadutisti fecero ritorno in caserma e l’episodio si concluse senza vittime né scontri diretti con le forze dell’ordine. Nei giorni successivi furono avviate verifiche e provvedimenti disciplinari, ma l’obiettivo principale delle istituzioni fu quello di spegnere rapidamente la tensione, evitando ulteriori escalation.
Una ferita ancora aperta nella memoria collettiva
A distanza di oltre quarant’anni, la marcia su Pisa resta un evento divisivo. Per alcuni rappresentò una reazione emotiva e istintiva di giovani militari colpiti da una violenza ideologica. Per altri fu un fatto inaccettabile, capace di minare l’equilibrio democratico dello Stato. In ogni caso, quel 18 gennaio 1981 segnò un passaggio delicatissimo nella storia repubblicana, dimostrando quanto sottile potesse essere, in quegli anni, il confine tra ordine, paura e destabilizzazione.
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