Anita Cerrato, dal kintsugi al Metodo KIN: “Ciò che si rompe può essere recuperato”
Dal kintsugi al Metodo KIN: Anita Cerrato racconta come il restauro della ceramica sia diventato un percorso per affrontare fragilità, difficoltà e cambiamenti, riscoprendo il valore del lavoro manuale e delle imperfezioni.
Il metodo KIN Intervista all'autrice Anita Cerrato (Fonte: Santelli Editore)
08 ottobre 2026
Dal restauro alla cura della persona, passando per la tradizionale tecnica giapponese del kintsugi. È il percorso di Anita Cerrato, restauratrice e autrice de Il Metodo KIN, nato da un’esperienza iniziata nel 2018 con alcune pazienti oncologiche e poi sviluppatasi nelle strutture sociosanitarie.
Come nasce Il Metodo KIN: dal kintsugi al percorso personale
Come è nato Il Metodo KIN e che cosa l'ha spinta a trasformare il suo percorso personale e professionale in un libro?
Lei parte dal kintsugi, l'antica tecnica giapponese che ripara gli oggetti rotti valorizzandone le fratture. Che cosa l'ha affascinata di questa pratica e perché ha sentito che poteva diventare qualcosa di più di una semplice metafora?
Il kintsugi in realtà è una semplice tecnica di restauro della ceramica e io mi ci sono accostata in quanto restauratrice. Nel 2018, però, mi è stato chiesto di fare un corso ad alcune pazienti oncologiche della Breast Unit degli Spedali Civili a Brescia, e da lì è iniziato tutto.
Il metodo kin nasce dopo un viaggio in Giappone. Da molti anni pratico la tecnica di restauro del kintsugi che, in Occidente, è diventata sinonimo di una bellissima metafora. Così dal 2018 faccio corsi pro bono in strutture socio sanitarie per aiutare le persone fragili a interiorizzare il messaggio che da una brutta esperienza si può rinascere. L’ultima volta che sono stata in Giappone mi hanno chiesto di fare una conferenza proprio per spiegare il progetto. Temevo che mi avrebbero criticata dato che i giapponesi sono molto gelosi delle proprie tradizioni, invece hanno apprezzato l’idea e, addirittura, mi hanno invitata a scrivere un “metodo”.
Il kintsugi in realtà è una semplice tecnica di restauro della ceramica e io mi ci sono accostata in quanto restauratrice. Nel 2018, però, mi è stato chiesto di fare un corso ad alcune pazienti oncologiche della Breast Unit degli Spedali Civili a Brescia, e da lì è iniziato tutto.
Ne Il Metodo KIN il kintsugi diventa un percorso rivolto alla persona. Quanto ha influito, nella costruzione del metodo, la sua esperienza come formatrice nelle strutture sociosanitarie e che cosa può trovare il lettore concretamente nelle pagine del libro?
Sicuramente l’esperienza è stata fondamentale, per questo devo anche ringraziare Cristina Wuhrer, la psiconcologa che mi ha seguita quando iniziammo il progetto pilota in Breast Unit a Brescia. Cristina mi aiutò a dividere il percorso nelle diverse fasi e a decifrare le metafore da interiorizzare in ogni passaggio del lavoro manuale. È stata così gentile da scrivere anche la prefazione del libro. Io mi auguro che il lettore possa essere accompagnato per mano in un percorso di analisi e di riconsiderazione delle difficoltà della vita. Sarebbe ingenuo pensare che in una vita non accada niente di traumatico, l’unico sistema per superarlo è cercare di cogliere il lato positivo. Il lavoro manuale, il restauro e il valore delle imperfezioni
Da restauratrice e artigiana, quanto il rapporto con la materia, con il tempo e con le imperfezioni ha influenzato il suo modo di guardare alle persone e al cambiamento?
Negli ultimi anni il kintsugi è diventato molto popolare e spesso viene raccontato con l'idea delle “ferite che diventano bellezza”. Non rischiamo di semplificarne un po' troppo il significato?
Purtroppo è vero, viviamo in un tempo in cui tutto è semplificato e veloce, un sapere in pillole. Per questo è importante il lavoro manuale, perché insegna che non ci possono essere scorciatoie, per ottenere risultati ci vogliono dedizione e fatica.
Quando si è artigiani, soprattutto restauratori, si ha un’impostazione mentale sempre rivolta all’accettazione, anzi gratitudine, del passare del tempo, e alla risoluzione di problemi con il minor sforzo possibile. Questo diventa un atteggiamento mentale che poi si applica un po’ a tutto… e a tutti!
Purtroppo è vero, viviamo in un tempo in cui tutto è semplificato e veloce, un sapere in pillole. Per questo è importante il lavoro manuale, perché insegna che non ci possono essere scorciatoie, per ottenere risultati ci vogliono dedizione e fatica.
Fragilità e resilienza: cosa ci insegna il kintsugi
Oggi si sente parlare spesso di resilienza, allo stesso tempo, però, viviamo in una società che ci chiede di essere sempre efficienti e performanti. In questo contesto, che cosa può insegnarci il kintsugi su noi stessi e sul valore delle nostre fragilità?
Di prenderci cura di noi stessi e di imparare ad accettarci, quindi a perdonarci. Come insegna il restauro, a tutto c’è rimedio e spesso, quando ci capita qualcosa che ci sembra tragico, in realtà potrebbe essere la nostra fortuna. Come diceva Truman Capote: “Spendiamo più lacrime sulle preghiere esaudite che su quelle inesaudite”.
Una riflessione che racchiude anche il senso de Il Metodo KIN: non cancellare ciò che è accaduto, ma imparare a rileggerlo e, quando possibile, trasformarlo in un nuovo punto di partenza.
Di prenderci cura di noi stessi e di imparare ad accettarci, quindi a perdonarci. Come insegna il restauro, a tutto c’è rimedio e spesso, quando ci capita qualcosa che ci sembra tragico, in realtà potrebbe essere la nostra fortuna. Come diceva Truman Capote: “Spendiamo più lacrime sulle preghiere esaudite che su quelle inesaudite”.
Una riflessione che racchiude anche il senso de Il Metodo KIN: non cancellare ciò che è accaduto, ma imparare a rileggerlo e, quando possibile, trasformarlo in un nuovo punto di partenza.
08 ottobre 2026
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