Mondiali 2026: il calcio come grande opera culturale del nostro tempo

Dalle identità nazionali alla diplomazia, dall'economia ai media: il Mondiale è molto più di un torneo, è il più potente racconto collettivo della contemporaneità: dalle opere di Banksy alle installazioni di JR, dalle colonne sonore planetarie ai cori degli spalti

Mondiali 2026

Mondiali 2026 Il calcio come forma di cultura del nostro tempo (Immagine: AI)

Mentre la Coppa del Mondo FIFA 2026 entra nella fase clou della competizione, con il pianeta intero sospeso tra gol, drammi e sorprese, vale la pena sollevare lo sguardo dal campo. Perché questo evento non è più – e forse non lo è mai stato – soltanto uno spettacolo sportivo. È una grande opera culturale, un rito collettivo contemporaneo capace di mescolare mito, tragedia, commedia, arte popolare e alta cultura. Come le antiche Olimpiadi o i carnevali rinascimentali, i Mondiali trasformano per un mese il mondo in un unico palcoscenico. E l’edizione 2026, la prima a coinvolgere tre nazioni (Stati Uniti, Messico e Canada) e 48 squadre, sta offrendo un laboratorio straordinario per osservare questo aspetto della manifestazione spesso sottovalutato.
Thomas Hemy

Thomas Hemy Sunderland contro Aston Villa 1895 (Commons Wikimedia)

Il calcio come mitologia popolare

Ogni Mondiale genera eroi e antieroi capaci di ispirare non solo i tifosi, ma anche artisti e intellettuali. Già alla fine dell’Ottocento, quando il football era ancora uno sport nascente, artisti come il pittore britannico Thomas B. H. Hemy immortalavano le prime partite con uno sguardo quasi epico. Nel Novecento il calcio è entrato prepotentemente nell’immaginario visivo attraverso fotografie, docufilm, murales e installazioni contemporanee. Chi non ricorda le immagini di Maradona a Messico ’86? "La Mano de Dios" e il gol del secolo contro l’Inghilterra. Quei fotogrammi sono entrati nell’immaginario collettivo come un affresco rinascimentale. In Italia abbiamo il nostro patrimonio. Le fotografie di Tano D’Amico sulle curve degli anni Settanta, i quadri futuristi di Umberto Boccioni o le pagine indimenticabili di Giovanni Arpino.

E oggi? A dominare la scena sono le installazioni di JR che ingigantiscono i volti dei tifosi sui muri delle città o le opere di artisti contemporanei che trasformano maglie sudate e scarpini in reliquie moderne. Persino Banksy ha usato il pallone per le sue denunce: bambini che giocano tra le macerie o quel famoso murale di un bambino che tira un rigore contro un muro. Il calcio è diventato un linguaggio universale che l’arte contemporanea non può ignorare.

Ma i Mondiali non sono solo immagini. Sono anche sinfonia. Ogni edizione ha la sua colonna sonora ufficiale: da La Copa de la Vida di Ricky Martin nel ’98 a Waka Waka di Shakira per il Sudafrica 2010. La vera musica, però, non esce dagli altoparlanti. Nasce dagli spalti: cori, tamburi, ululati collettivi che fanno battere il cuore all’unisono. L’edizione 2026 sta confermando questa vocazione sonora. Tra stadi nordamericani e fan zone multietniche, si intrecciano ritmi latini, hip-hop statunitense, melodie africane e i classici cori europei. Il calcio diventa così una playlist planetaria vivente che, finita la competizione, resterà nella memoria di una generazione.
Umberto Boccioni

Umberto Boccioni Dinamismo di un giocatore di calcio, 1913, New York, Museo d’Arte Moderna (Commons Wikimedia)

Identità, nazionalità e storie umane

I Mondiali sono anche un potente strumento di narrazione identitaria. Ogni nazionale porta in campo non solo giocatori, ma un’idea di sé. Il Brasile con la sua gioia (anche quando fatica), l’Argentina con il suo dramma epico, la Francia multiculturale, la Germania con la sua macchina perfetta. Vincere un Mondiale significa raccontare al mondo chi sei.

Per noi italiani il discorso è speciale. Il 2006 non è stato solo un trionfo: è stato un riscatto collettivo dopo anni difficili. Quella Nazionale di Lippi ci ha ricordato che il calcio può essere anche resilienza, carattere e bellezza ritrovata. Oggi, mentre guardiamo questo Mondiale da spettatori, sentiamo quella stessa nostalgia dolce-amara: il desiderio di rivedere l’Italia grande protagonista.

L’ultimo grande racconto condiviso

Mentre la palla rotola verso la finale del 19 luglio, i Mondiali ci ricordano una profonda verità del nostro tempo: il calcio non è mai stato solo sport. È arte, musica, antropologia e politica. È uno degli ultimi spazi in cui milioni di persone di culture diverse vivono le stesse emozioni contemporaneamente. Per questo merita di essere osservato non solo con l’occhio del tifoso, ma con uno sguardo più attento. Perché dentro una semplice partita sono racchiuse storie che da sempre l’arte, la musica e la letteratura cercano di raccontare.
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