Walter Di Gemma contro il “passaporto ideologico” nella cultura: «Milano rischia di smarrire la propria anima»

L'artista e uomo di teatro denuncia la crescente polarizzazione del mondo culturale milanese: «L'arte deve essere giudicata per il suo valore, non per l'appartenenza politica»

Walter Di Gemma

Walter Di Gemma

Milano sta perdendo la sua storica vocazione di città aperta al confronto culturale? È la domanda che pone Walter Di Gemma, figura storica del teatro-canzone e del cabaret milanese, che interviene con una riflessione destinata a far discutere sul rapporto sempre più complesso tra cultura, politica e libertà artistica.

La sua posizione è netta e non lascia spazio a equivoci: «Io non difendo una fazione politica, io difendo l'Arte dalla Politica tutta».

Un'affermazione che rappresenta il punto di partenza di un ragionamento più ampio sullo stato della cultura milanese e sul rischio che gli spazi artistici si trasformino progressivamente in luoghi di appartenenza ideologica anziché di libera espressione.

La Milano che ha perso i suoi palcoscenici storici

Nel suo intervento, Di Gemma richiama alla memoria una lunga serie di locali e palcoscenici che hanno contribuito a scrivere la storia dello spettacolo milanese. Dal Derby al New Rick's Cabaret, dall'Osteria Amici Miei alla Bellingera, passando per la Cà Bianca, il Derbino Cabaret, il Nonsolomusica e il Palabudino.

Luoghi che per decenni hanno rappresentato punti di riferimento per artisti, musicisti, cabarettisti e pubblico.

«Negli anni abbiamo visto chiudere saracinesche che erano veri e propri fari della milanesità e della comicità. Eppure, quando queste luci si sono spente, la città non è scesa in piazza a protestare», osserva l'artista.

Un richiamo che va oltre la semplice nostalgia e che apre una riflessione sul progressivo impoverimento degli spazi dedicati alla creatività e all'intrattenimento dal vivo.

Il talento non può avere una tessera di partito

Il punto centrale dell'analisi riguarda però ciò che accade nei luoghi culturali ancora attivi.

Secondo Di Gemma, alcuni spazi avrebbero progressivamente smesso di selezionare artisti e progetti sulla base del valore culturale e della qualità del repertorio, privilegiando invece logiche di appartenenza politica o ideologica.

«Dispiacersi oggi per la chiusura di un locale o di uno spazio culturale è assolutamente legittimo. Tuttavia lo stupore lascia il posto alla disillusione quando si constata che alcune di queste risorse si sono trasformate, nel tempo, in luoghi fortemente ideologizzati», afferma.

L'artista denuncia quello che definisce una sorta di "passaporto ideologico", un meccanismo che finirebbe per condizionare l'accesso ai palcoscenici e alle opportunità professionali.

«Se le direzioni artistiche non sono capaci di aprire le porte basandosi sul valore del repertorio, ma pretendono un'appartenenza, oppure considerano l'estraneità partitica come una colpa e un motivo di esclusione, allora significa che si è smarrita la funzione pubblica e democratica dell'arte».

L'ipocrisia dietro le quinte

Di Gemma descrive anche una situazione che, a suo giudizio, sarebbe ben nota a molti professionisti dello spettacolo.

«Oggi assistiamo a una dinamica grottesca: ci sono artisti che si schierano pubblicamente solo per opportunismo e per poter lavorare, salvo poi, nel privato, esprimere da sempre idee opposte».

Parole che pongono al centro il tema della libertà espressiva e dell'autenticità del percorso artistico.

Per il pluripremiato interprete milanese, insignito tra gli altri del Premio Edoardo Ferravilla e del Premio Giovanni D'Anzi, il rischio è quello di compromettere una delle caratteristiche che hanno reso Milano un punto di riferimento culturale nazionale: il pluralismo.

«Il cabaret e la musica nascono per unire, per graffiare con la satira e per rappresentare un pubblico eterogeneo. Quando si pretende che una sola fazione detenga il monopolio dell'intelletto, a rimetterci è l'anima stessa di Milano, una città che storicamente ha fatto del pluralismo e della libertà la sua vera grandezza».

Un appello alla meritocrazia culturale

L'intervento si conclude con un invito a riportare al centro il merito, la qualità artistica e la libertà di espressione, superando le barriere ideologiche che, secondo Di Gemma, stanno progressivamente restringendo gli spazi del confronto culturale.

Un tema che tocca non soltanto il mondo dello spettacolo, ma più in generale il ruolo che la cultura può e deve avere in una grande città europea: essere luogo di dialogo, contaminazione e confronto, senza etichette e senza appartenenze obbligatorie.


Chi è Walter Di Gemma

Per comprendere il peso delle dichiarazioni di Walter Di Gemma nel dibattito culturale milanese, è utile ricordare il percorso artistico e professionale di una figura che da decenni rappresenta una delle voci più riconoscibili della tradizione del teatro-canzone lombardo.

Walter Di Gemma
è una delle figure più rappresentative del cabaret milanese contemporaneo. Autore, interprete, musicista e divulgatore culturale, da decenni porta sui palcoscenici un lavoro di valorizzazione della cultura lombarda, della canzone d'autore e della tradizione popolare milanese.

Nel corso della sua carriera ha affiancato all'attività artistica una costante opera di ricerca e recupero del patrimonio culturale locale, contribuendo a mantenere viva una tradizione che ha avuto tra i suoi protagonisti nomi come Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Nanni Svampa e Walter Valdi.

Tra i riconoscimenti ricevuti figurano il Premio Edoardo Ferravilla e il Premio Giovanni D'Anzi, due tra le più importanti attestazioni dedicate alla cultura e alla tradizione artistica milanese.

Uno degli aspetti più significativi del suo percorso è il lavoro dedicato a Jacques Brel, il grande cantautore belga considerato uno dei più influenti artisti europei del Novecento. Di Gemma è infatti l'unico autore ad aver tradotto e interpretato integralmente l'opera di Brel in lingua milanese, un progetto culturale che ha ottenuto il riconoscimento ufficiale della Fondazione Jacques Brel.

Negli anni ha sviluppato un percorso artistico caratterizzato dall'unione tra musica, cabaret, teatro civile e satira sociale, mantenendo sempre una forte attenzione ai temi dell'identità culturale, della libertà espressiva e del pluralismo.

La sua attività lo ha portato a esibirsi in numerosi teatri, festival e rassegne culturali, diventando un punto di riferimento per chi si riconosce nella tradizione del teatro-canzone milanese e nella difesa di una cultura libera da appartenenze ideologiche.

Proprio questa lunga esperienza nel mondo dello spettacolo e della cultura milanese rende particolarmente significativo il suo intervento sul tema del cosiddetto «passaporto ideologico» nell'arte. Una riflessione che nasce dall'osservazione diretta di decenni di vita culturale cittadina e dalla convinzione che il valore di un artista debba essere giudicato esclusivamente per la qualità del suo lavoro e non per la sua appartenenza politica.


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