Ninù, il romanzo di Franco Malanima che non consola e non chiede scusa

Un libro sporco, necessario e ostinato, che scava nel ventre di Napoli senza cercare redenzione

C’è una cosa che va detta subito, senza giri di parole: Ninù non è un libro gentile. Non è uno di quei romanzi che cercano l’empatia facile, la lacrima pronta, il riscatto finale buono per ogni stagione editoriale. Franco Malanima scrive come chi sa che la letteratura, se vuole avere un senso, deve prima di tutto disturbare. E infatti disturba. A lungo.

Ninù è un romanzo che affonda le mani nel fango, nel sangue, nella carne stanca dei vicoli di Napoli. Non quella da cartolina, non quella da folklore addomesticato, ma la città viscosa, opaca, fatta di sottoscala, collegi, alberghi infami, porti, corpi sfruttati e infanzie divorate prima ancora di avere un nome. Il protagonista, Ninetto Santapace, detto Ninù, è un uomo spezzato che non cerca assoluzioni. Vive, semmai, di una resistenza passiva, quasi animale, che attraversa l’abbandono dei genitori, la violenza normalizzata, il sesso come merce e la solitudine come condizione permanente.

Una scrittura che non fa sconti

Malanima sceglie una lingua densa, fisica, spesso crudele. Ogni descrizione ha un odore, ogni scena lascia addosso una sensazione di sporco che non se ne va. Non c’è compiacimento, ma neppure distanza. L’autore non giudica, non spiega, non addolcisce. Racconta. E lo fa con una prosa che rifiuta la linearità rassicurante e preferisce l’accumulo, la ripetizione, l’ossessione. È una scrittura che chiede al lettore di restare, di non voltarsi dall’altra parte.

Napoli come corpo e come condanna

La città non è uno sfondo: è un organismo vivo, malato, che ingloba e digerisce chi nasce al suo interno. Il Cimitero delle Fontanelle, il Real Albergo dei Poveri, i vicoli, gli alberghi di passaggio, diventano luoghi simbolici di una pedagogia della sopravvivenza. Qui non c’è spazio per l’innocenza, solo per l’adattamento. Ninù cresce guardando, subendo, imparando che il dolore non fa rumore e che la vergogna è una moneta corrente.

Un romanzo che divide

Ninù non piacerà a tutti. E va bene così. È un libro che respinge chi cerca trama, ritmo, consolazione. È un romanzo che chiede tempo, attenzione, una certa disponibilità a farsi attraversare dal disagio. Ma proprio per questo è un libro necessario. Perché non addomestica la realtà, non la rende consumabile, non la trasforma in prodotto.

In un panorama editoriale spesso affollato di storie intercambiabili, Ninù ha il coraggio di restare scomodo fino in fondo. Ed è questo, oggi, il suo valore più grande.

Giulio Carnevale
Franco Malanima

Franco Malanima Foto dal Profilo Linkedin

Chi è Franco Malanima

Franco Malanima è uno scrittore, traduttore ed editore italiano. Franco Malanima è uno pseudonimo: il suo nome è Francesco, scelta non casuale ma coerente con un percorso letterario che ha sempre tenuto distinta la vita privata dalla voce narrativa. Vive ad Annecy, in Francia, con la moglie e la figlia, in un equilibrio costante tra distanza geografica e radicamento linguistico.

Il suo rapporto con la scrittura nasce molto presto. A dodici anni entra per la prima volta nelle redazioni dei giornali seguendo il padre, giornalista, imparando il mestiere osservando, ascoltando e respirando l’ambiente del lavoro editoriale. La madre, poetessa e lettrice vorace di narrativa, gli trasmette invece l’amore per i libri e per la parola come forma di cura e di ricerca. Due influenze diverse ma complementari, che segneranno in modo definitivo il suo modo di scrivere.

Cresciuto a Napoli, Franco Malanima sviluppa fin da bambino un rapporto viscerale con la lettura. Divora romanzi, eredita una vasta biblioteca dal nonno materno, emigrato in Venezuela, e inizia presto a giocare con i testi: riscrive finali, confronta versioni in lingue diverse, si perde nelle variazioni di senso che una stessa immagine può assumere cambiando idioma. È qui che nasce il suo interesse profondo per la lingua come spazio vivo, mobile, mai definitivo.

Con il tempo, il legame con l’Italia si trasforma sempre più in un legame linguistico. La lingua diventa casa, territorio da esplorare e mettere in discussione. Napoli resta il luogo originario di questa formazione: una città in cui il racconto è parte integrante della vita quotidiana, dove ogni fatto, anche il più minimo, può diventare storia. Questa matrice narrativa attraversa tutta la sua produzione, senza mai scadere nel folclore o nella nostalgia.

Nel corso degli anni Franco Malanima ha pubblicato romanzi, racconti, poesie e articoli su riviste, giornali e magazine, sia online sia cartacei, spesso sotto diversi pseudonimi. Ha lavorato come editor per altri autori e come traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal francese. Ha insegnato italiano per stranieri presso un’università negli Stati Uniti e in scuole di lingua a Nizza, affinando ulteriormente il suo rapporto con l’italiano come lingua “in movimento”.

Nel gennaio 2022, dopo la morte della madre, compie una scelta netta: interrompe le collaborazioni gratuite con testate e riviste e fonda «Articoli Liberi – Rivista di culture e letterature», progetto che diventa successivamente una casa editrice indipendente. Una decisione che riflette una precisa idea di lavoro culturale: autonomia, rigore e rispetto per la scrittura.

Parla cinque lingue, tutte con dichiarato accento napoletano. Possiede anche una laurea, che ama definire inutilizzata. La sua vera formazione resta quella costruita tra libri, lingue e redazioni.


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