Radio e cultura, possono convivere?
Nelle migliaia di radio sorte come funghi dominano la musica e i programmi di facile intrattenimento. Ma anche la cultura può trovare un suo posto.
Rispetto a venti o trent'anni fa mettere in piedi una radio è molto semplice e per nulla dispendioso. Non servono antenne o attrezzature sofisticate. Sono sufficienti un PC, un microfono e dei software disponibili a poco prezzo. Chiunque con poche centinaia di euro può farlo e lo fa. Non servono nemmeno competenze specialistiche. Esistono corsi on line e tutorial che ti danno le basi per muoverti come radiospeaker. Il costo maggiore è la licenza per mettere in onda musiche coperte dal diritto d’autore. Ma esistono pure musiche royalty free; comunque puoi trasmettere solo il parlato (o talk) e in questo caso i costi sono praticamente azzerati.
Si tratta di radio che per la stragrande maggioranza poggiano su piattaforme web e che negli ultimi anni sono cresciute a livello esponenziale.
Un motivo di questa crescita è appunto la facilità di attivazione. Un altro, non meno importante, è il desiderio di far sentire la propria voce che è uno dei leit motiv di questa nostra società dove tutti (o quasi) vogliono parlare e nessuno (o quasi) ascolta. Basta vedere quello che succede nei social.
C’è questa esigenza di visibilità che se da un lato è soddisfatta dalla facilità di accesso alle varie piattaforme (Facebook, Instagram ecc.) dall’altro lato è però complicata dall’enorme numero di competitor, cioè di persone che usano gli stessi canali per comunicare. Va da sé che diventa molto difficile farsi ascoltare. Se non sei un influencer, con milioni di followers, diventa quasi un obbligo ricorrere a pubblicità a pagamento che però danno risultati limitati nel tempo.
Ma torniamo alla radio. Pareva che, con il proliferare di sofisticate tecnologie, un mezzo “antico” come la radio dovesse soccombere. Invece questa si dimostra più viva che mai. Il segreto del suo successo forse sta nel fatto che puoi ascoltarla mentre fai tutt’altro (guidi, lavori, mangi…). In una società per definizione multitasking come la nostra non è poco. Un altro aspetto importante è l’immediatezza del messaggio, che risulta ancora più accattivante con un contorno di bella musica.
Ma cosa si trasmette nella maggior parte delle radio che girano sul web? I contenuti sono quelli dell’intrattenimento soprattutto, quindi tanta musica e discorsi sugli argomenti più disparati ma di immediata comprensione come quelli tra amici al bar.
Ma la cultura? Cioè libri, arte, cinema, teatro… Si parla anche di questo in radio, ma, come dire, a spizzichi e bocconi. La cultura è un argomento di nicchia. (Se proponi argomenti che richiedono troppo sforzo cerebrale la gente fatica a seguirti.) D’altra parte in Italia quanti leggono libri? Quanti vanno a teatro o a vedere una mostra?
Da alcuni anni io conduco un format Kult News che va in onda su una dozzina di radio. Settimanalmente offro una panoramica di novità in fatto di libri, film, mostre di arte, concerti, spettacoli con una mia riflessione finale su un tema legato alla cultura. Credo sia una delle poche rubriche su radio web specificamente dedicate alla cultura, o quanto meno che affronti trasversalmente argomenti di natura culturale.
Non ho dubbi che rubriche più orientate all’intrattenimento (musica e talk) abbiano più ascolti. D’altra parte chi intende offrire riflessioni e stimoli su argomenti un po’ più “impegnati” credo debba sacrificare l’audience rispetto al contenuto.
Succede anche in televisione dove rubriche culturali vengono offerte col contagocce oppure confinate in fasce orarie di minor ascolto a vantaggio di quelle (che sappiamo tutti) di maggior richiamo.
Il rischio è di predicare nel deserto. Ma la soddisfazione che ti danno quelli che ti stanno ad ascoltare è impagabile.
Paolo Avanzi
https://www.avanzidicultura.com/
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