Piero Gauli e l’arte che scompare: quando i grandi nomi restano invisibili

Nonostante i record delle grandi aste, alcuni artisti storici soffrono nel mercato contemporaneo: tra crisi economica, nuove abitudini di consumo e mancanza di tutela post-mortem.

Nonostante le più importanti case d’asta dichiarino un trend in ascesa nella aggiudicazione di opere d’arte, negli ultimi vent’anni la realtà che coinvolge molti artisti, non solo emergenti, non è proprio rosea. Colpa della crisi economica che ha messo in ginocchio il cosiddetto ceto medio ma anche delle attuali abitudini di acquisto.

Nel secolo scorso, negli anni del boom economico, l’acquisto di un’opera d’arte era considerato un motivo di vanto, per cui era consuetudine esibire un bel quadro in casa per dare prestigio al proprio arredamento. Oggi le nuove generazioni che, non dispongono di grosse cifre, preferiscono optare per uno smartphone o una televisione di nuova generazione piuttosto che per un’opera d’arte. Nella migliore delle ipotesi, in appartamento troviamo appeso un poster che per quanto artistico è pur sempre una fotocopia.

Se il trend delle case d’asta, almeno di quelle più importanti, è stato positivo per gli artisti famosi (Wharol, Picasso, De Chirico tanto per fare qualche nome) altrettanto non si può dire per la maggior parte degli altri artisti che si sono visti risucchiare nel vortice di una lenta ma inesorabile svalutazione. Esistono certamente artisti, anche giovani, che sono riusciti ad affermarsi con cifre da capogiro nel mercato americano, arabo o cinese. Ma la maggior parte soffre. Lo posso dire per diretta esperienza. Fino agli anni ’80 per un bravo pittore bastava una personale in una buona galleria per avere la quasi certezza, non dico di diventare famoso, ma sicuramente di vendere molte delle sue opere.

Oggi paradossalmente con tutti i mezzi a disposizione offerti dai social e dalla tecnologia è molto più difficile vendere. Essere conosciuti non basta. Il mercato delle opere d’arte ha preso una piega di tipo essenzialmente finanziario. Non si compra più per esibire il quadro acquistato ai propri conoscenti, ma come strumento di investimento. Per cui chi compra lo fa spesso con l’intenzione di guadagnarci rivendendolo.
In questo quadro (scusate il gioco di parole) poco entusiasmante, fa specie che non solo gli artisti viventi (emergenti) ma pure quelli storici ne soffrano.

Un caso eclatante è quello di Piero Gauli. Nome oggi sconosciuto ai più, ma che ha avuto un posto di rilievo nell’arte italiana del secolo scorso.
Basta andare su Wikipedia per leggere il curriculum di questo artista che partecipò alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma. Equiparato a nomi del calibro di Treccani, Sassu, Birolli, Migneco. Artisti con cui ha condiviso l’appartenenza al Gruppo Corrente negli anni ’40 che fatto la storia dell’arte italiana.

Una carriera lunghissima la sua che dagli esordi nel 1938 si è protratta fino alla sua morte a 95 anni nel 2012.
Lo stile di Piero Gauli è espressionista, carico di energia e di colore, e richiama una pittura di stampo nordico che reca tracce della sofferenza patita durante la prigionia in guerra. A lui sono dedicati almeno due musei, uno dei quali a Ramponio Verna, in provincia di Como, di cui lui è originario.

Sterminata la sua produzione che conta oltre seimila opere sia pittoriche sia sculture, prodotte in settant’anni di carriera su un’ampia varietà di soggetti. Nature morte, ritratti, chiese e cattedrali, scorci urbani, personaggi di ogni genere. Senza dimenticare la sua esperienza come scenografo di spettacoli teatrali. Molte anche le pubblicazioni e i cataloghi con recensioni di critici affermati.

Ci sarebbero quindi tutte le premesse perché il valore di un artista del genere potesse consolidarsi nel tempo anche dopo la sua morte. E invece i prezzi delle sue recenti aggiudicazioni nelle case d’asta sono decisamente bassi. Decine sono le sue opere su eBay che non sono facili a vendersi, neppure a prezzi contenuti.
Mostre di questo artista da diversi anni non se ne vedono. L’ultima personale gliel’ho curata io personalmente nello spazio che gestisco a Dizzasco in un paese non distante da dove lui ha vissuto, nella Valle Intelvi in provincia di Como.

Dicevo di una situazione complessivamente penalizzante per l’arte, italiana soprattutto. In questo caso è pure mancata una fondazione che promuovesse e tutelasse il patrimonio storico dell’artista. Ne è prova che le sue innumerevoli opere, dopo la sua morte, sono state messe sul mercato senza un criterio che non fosse, suppongo, quello del guadagno immediato. Per la legge della domanda e dell’offerta, considerando che la domanda (da parte dei collezionisti) in genere è bassa, la offerta elevata di opere ha finito per abbassare il prezzo delle stesse.

Questo caso dovrebbe far riflettere sulla necessità di tutelare le opere di un artista, anche dopo la sua morte. Il detto per cui si attende la dipartita dell’artista per assistere ad un aumento del suo valore è purtroppo una pia illusione. Se non c’è stata una adeguata promozione dell’artista in vita, sarà ben difficile che questo avvenga in seguito, a meno che non ci pensino gli eredi o una fondazione. Penso agli artisti che producono opere in quantità massiccia senza preoccuparsi della loro futura destinazione, con il rischio che vadano, ahimè, al macero.

Paolo Avanzi
www.avanzidicultura.com

Olio su cartoncino- Rose (cm 68 x 48)

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