«Buongiorno a tutti e a tutte. Il maschile plurale è già inclusivo: perché la formula doppia impoverisce lingua e dibattito pubblico
L’uso di espressioni come “tutti e tutte” non rappresenta un progresso culturale, ma una forzatura ideologica che confonde grammatica e politica
29 gennaio 2026
In italiano il genere delle parole non coincide con il sesso biologico
Negli ultimi anni il linguaggio pubblico, politico e istituzionale è stato attraversato da un cambiamento evidente, trascinato più da una ideriva ideologica che dalla ragione. Sempre più spesso, nei discorsi ufficiali, nei comunicati e negli interventi pubblici, si sente ricorrere alla cosiddetta formula doppia: “tutti e tutte”, “cittadini e cittadine”, “lavoratori e lavoratrici”. Una scelta presentata come segno di attenzione e inclusione, ma che solleva interrogativi profondi sul piano linguistico, culturale e politico.
Una regola grammaticale chiara e consolidata
Dal punto di vista della grammatica italiana, la questione è tutt’altro che controversa. Il maschile plurale ha da sempre valore inclusivo. Non indica un genere sessuale, ma svolge la funzione di forma collettiva e neutra. Quando ci si rivolge a un gruppo misto di persone, il maschile plurale è la forma corretta prevista dalla struttura stessa della lingua. Dire “tutti” significa già includere uomini e donne senza distinzione. Non è una scelta culturale moderna, ma una regola che accompagna l’italiano da secoli.
Genere grammaticale e realtà sociale
Uno degli errori più diffusi nasce dalla confusione tra genere grammaticale e genere delle persone. In italiano il genere delle parole non coincide con il sesso biologico. Termini come “la persona”, “la vittima”, “la guida” si usano indipendentemente dal genere di chi viene indicato. Allo stesso modo, il maschile plurale non rappresenta gli uomini, ma una convenzione linguistica funzionale alla chiarezza e alla sintesi. Attribuirgli un valore discriminatorio significa fraintendere il funzionamento della lingua.
La formula doppia come forzatura culturale
L’uso sistematico della formula doppia non nasce da un’esigenza linguistica, ma da una scelta simbolica. È qui che emerge il problema culturale. La lingua viene caricata di un significato ideologico che non le appartiene, trasformandola da strumento condiviso in terreno di scontro. In questo modo il linguaggio perde naturalezza, diventa artificiale e si allontana dalla sua funzione primaria: comunicare in modo chiaro ed efficace.
Quando il cambiamento linguistico diventa involuzione
È vero che il linguaggio cambia nel tempo: evolve insieme alla società, assorbe nuovi termini, modifica usi e significati. Questo processo, però, avviene in modo naturale, spontaneo e condiviso, quando risponde a reali esigenze comunicative. Nel caso della formula doppia, invece, non si è di fronte a un’evoluzione linguistica, ma a una deriva ideologica. Il cambiamento non nasce dall’uso quotidiano dei parlanti, né da una necessità di maggiore chiarezza, ma da una pressione culturale e politica che tenta di imporre nuove forme dall’alto. In questo senso non si tratta di progresso, ma di involuzione: la lingua non diventa più efficace, ma più rigida; non più inclusiva, ma più divisiva; non più semplice, ma più artificiale. Un’evoluzione autentica migliora la comunicazione, mentre questa forzatura la complica, la appesantisce e la allontana dalla sua funzione primaria, che è farsi comprendere da tutti.
Un segnale politico che divide invece di unire
Sul piano politico la formula doppia rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato. Più che includere, divide. Sposta l’attenzione dai contenuti alle formule, dalle scelte concrete ai rituali linguistici. Si crea l’illusione dell’impegno attraverso le parole, mentre i problemi reali restano sullo sfondo. Il linguaggio diventa così un marcatore identitario, utile a segnalare appartenenza più che a costruire dialogo.
Il rischio di una lingua meno accessibile
Un altro aspetto critico riguarda la comprensibilità. Il continuo raddoppio delle parole appesantisce i testi, rallenta la lettura e rende la comunicazione meno immediata. In un contesto pubblico, dove la chiarezza dovrebbe essere una priorità, questo rappresenta un passo indietro. La lingua istituzionale dovrebbe avvicinare i cittadini, non creare distanza o senso di estraneità.
Difendere la grammatica non è conservatorismo
Ribadire che il maschile plurale è già inclusivo non significa opporsi al cambiamento sociale, ma difendere la correttezza e la precisione del linguaggio. La grammatica non è un ostacolo all’uguaglianza, perché non produce discriminazione. Confondere il piano linguistico con quello politico rischia invece di indebolire entrambi. Una lingua chiara, condivisa e comprensibile resta uno dei pilastri della comunicazione democratica.
La formula doppia non rende l’italiano più giusto né più moderno. Al contrario, ne altera l’equilibrio, ne appesantisce l’uso e sposta il confronto su un terreno simbolico che finisce per impoverire il dibattito pubblico. La vera inclusione passa dalle scelte, non dalle ripetizioni.
Le basi linguistiche e culturali su cui si fonda l’articolo
Questo approfondimento è costruito su riferimenti solidi e riconosciuti, che emergono chiaramente dal percorso di analisi sviluppato nel confronto e che costituiscono il fondamento teorico e culturale del testo. I contenuti non nascono da valutazioni arbitrarie, ma dall’applicazione coerente di principi condivisi e verificabili.
Una regola grammaticale chiara e consolidata
Dal punto di vista della grammatica italiana, la questione è tutt’altro che controversa. Il maschile plurale ha da sempre valore inclusivo. Non indica un genere sessuale, ma svolge la funzione di forma collettiva e neutra. Quando ci si rivolge a un gruppo misto di persone, il maschile plurale è la forma corretta prevista dalla struttura stessa della lingua. Dire “tutti” significa già includere uomini e donne senza distinzione. Non è una scelta culturale moderna, ma una regola che accompagna l’italiano da secoli.
Genere grammaticale e realtà sociale
Uno degli errori più diffusi nasce dalla confusione tra genere grammaticale e genere delle persone. In italiano il genere delle parole non coincide con il sesso biologico. Termini come “la persona”, “la vittima”, “la guida” si usano indipendentemente dal genere di chi viene indicato. Allo stesso modo, il maschile plurale non rappresenta gli uomini, ma una convenzione linguistica funzionale alla chiarezza e alla sintesi. Attribuirgli un valore discriminatorio significa fraintendere il funzionamento della lingua.
La formula doppia come forzatura culturale
L’uso sistematico della formula doppia non nasce da un’esigenza linguistica, ma da una scelta simbolica. È qui che emerge il problema culturale. La lingua viene caricata di un significato ideologico che non le appartiene, trasformandola da strumento condiviso in terreno di scontro. In questo modo il linguaggio perde naturalezza, diventa artificiale e si allontana dalla sua funzione primaria: comunicare in modo chiaro ed efficace.
Quando il cambiamento linguistico diventa involuzione
È vero che il linguaggio cambia nel tempo: evolve insieme alla società, assorbe nuovi termini, modifica usi e significati. Questo processo, però, avviene in modo naturale, spontaneo e condiviso, quando risponde a reali esigenze comunicative. Nel caso della formula doppia, invece, non si è di fronte a un’evoluzione linguistica, ma a una deriva ideologica. Il cambiamento non nasce dall’uso quotidiano dei parlanti, né da una necessità di maggiore chiarezza, ma da una pressione culturale e politica che tenta di imporre nuove forme dall’alto. In questo senso non si tratta di progresso, ma di involuzione: la lingua non diventa più efficace, ma più rigida; non più inclusiva, ma più divisiva; non più semplice, ma più artificiale. Un’evoluzione autentica migliora la comunicazione, mentre questa forzatura la complica, la appesantisce e la allontana dalla sua funzione primaria, che è farsi comprendere da tutti.
Un segnale politico che divide invece di unire
Sul piano politico la formula doppia rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato. Più che includere, divide. Sposta l’attenzione dai contenuti alle formule, dalle scelte concrete ai rituali linguistici. Si crea l’illusione dell’impegno attraverso le parole, mentre i problemi reali restano sullo sfondo. Il linguaggio diventa così un marcatore identitario, utile a segnalare appartenenza più che a costruire dialogo.
Il rischio di una lingua meno accessibile
Un altro aspetto critico riguarda la comprensibilità. Il continuo raddoppio delle parole appesantisce i testi, rallenta la lettura e rende la comunicazione meno immediata. In un contesto pubblico, dove la chiarezza dovrebbe essere una priorità, questo rappresenta un passo indietro. La lingua istituzionale dovrebbe avvicinare i cittadini, non creare distanza o senso di estraneità.
Difendere la grammatica non è conservatorismo
Ribadire che il maschile plurale è già inclusivo non significa opporsi al cambiamento sociale, ma difendere la correttezza e la precisione del linguaggio. La grammatica non è un ostacolo all’uguaglianza, perché non produce discriminazione. Confondere il piano linguistico con quello politico rischia invece di indebolire entrambi. Una lingua chiara, condivisa e comprensibile resta uno dei pilastri della comunicazione democratica.
La formula doppia non rende l’italiano più giusto né più moderno. Al contrario, ne altera l’equilibrio, ne appesantisce l’uso e sposta il confronto su un terreno simbolico che finisce per impoverire il dibattito pubblico. La vera inclusione passa dalle scelte, non dalle ripetizioni.
Le basi linguistiche e culturali su cui si fonda l’articolo
Questo approfondimento è costruito su riferimenti solidi e riconosciuti, che emergono chiaramente dal percorso di analisi sviluppato nel confronto e che costituiscono il fondamento teorico e culturale del testo. I contenuti non nascono da valutazioni arbitrarie, ma dall’applicazione coerente di principi condivisi e verificabili.
- Grammatica italiana tradizionale, con particolare riferimento al principio del maschile plurale come forma non marcata e inclusiva, presente in tutte le grammatiche scolastiche e universitarie.
- Linguistica descrittiva e normativa, che distingue in modo netto tra genere grammaticale e genere naturale, evitando sovrapposizioni improprie tra lingua e identità personale.
- Posizioni ufficiali dell’Accademia della Crusca, espresse più volte nel corso degli anni sul tema del linguaggio inclusivo, della formula doppia e della funzione neutra del maschile plurale.
- Manuali di stile giornalistico e istituzionale, che individuano in chiarezza, sintesi e comprensibilità i criteri fondamentali della comunicazione pubblica.
- Principi di sociolinguistica, che analizzano il rischio di ideologizzazione del linguaggio e la trasformazione delle scelte linguistiche in marcatori identitari.
- Uso storico e consolidato della lingua italiana, attestato nella letteratura, negli atti istituzionali della Repubblica, nella normativa e nella comunicazione pubblica ufficiale.
Su queste basi concrete si sviluppa l’intero articolo, con l’obiettivo di offrire al lettore un’analisi chiara, comprensibile e fondata, distinguendo con precisione ciò che appartiene alla grammatica da ciò che rientra invece nel dibattito culturale e politico.
Giulio Carnevale
29 gennaio 2026
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