Arte contemporanea: tra sogni, pennellate e bollette da pagare, chi riesce davvero a vivere di pittura?
Tra galleristi che chiedono contributi per esporre e mercati riservati ai collezionisti facoltosi, vivere di arte contemporanea oggi è un’impresa che premia pochi eletti e lascia molti artisti a pagare di tasca propria la propria passione
dig
Se fino al secolo scorso si poteva campare con relativa facilità con la pittura vendendo le proprie opere, oggi questo è un’impresa. Per vari motivi. Uno è la ridotta disponibilità economica del cosiddetto “ceto medio” falcidiato dalla crisi. Un altro è la scarsa inclinazione all’acquisto di opere d’arte per il semplice gusto di mostrarle ad amici e conoscenti. L’arte contemporanea si è ridotta ad un settore di nicchia, nonostante esista un florido mercato che è però prerogativa di ricchi investitori che puntano sui soliti artisti “storici”.
Ciò nonostante negli ultimi decenni è cresciuto a dismisura il numero di coloro che si dedicano all’arte. Parliamo di milioni di persone che, a vario titolo, realizzano dipinti e sculture.
Se per una qualsiasi professione occorrono anni di studio e di applicazione, sembrerebbe che basta qualche macchia di colore buttata sulla tela per definirsi “artista”.
Ormai il gusto estetico in generale si è talmente annacquato e l’arte contemporanea si è talmente involuta che capire cosa è arte e cosa non lo è, non è facile nemmeno tra gli addetti ai lavori. Quindi sfruttando questa coincidenza di fattori la platea degli “artisti” veri o presunti si è allargata a macchia d’olio.
La riduzione della domanda da parte dei collezionisti e l’aumento dell’offerta da parte dei cosiddetti “artisti” ha fatto sì che vendere è sempre più difficile. Ormai un pittore non espone più i lavori in una galleria per vendere ma per farsi notare.
I galleristi lo sanno per cui non chiedono più provvigioni sulla vendita dei quadri, ma un “contributo” per l’esposizione. Contributi che possono arrivare anche a 400, 500 euro per esporre la singola opera. Si arriva al paradosso per cui il costo dell’esposizione può superare la cifra che incasserebbe il pittore dalla vendita dell’opera stessa.
È un meccanismo che per quanto assurdo viene accettato come prassi tanto è consolidato.
Intendiamoci, non è che tutti gli artisti pagano per esporre. Esistono degli sponsor che si fanno carico delle spese di gestione degli eventi artistici. Ma questi sono casi limitati a manifestazioni di prestigio per cui lo sponsor ha chiaramente il suo tornaconto nell’abbinare la propria immagine all’evento.
A parte questi casi particolari e quegli artisti che hanno un riconoscimento a livello internazionale, quelli che ci guadagnano sono il sottobosco, cioè coloro che ci girano attorno agli artisti. Parliamo di galleristi, critici, promoter e insegnanti. Tutti quelli che non producono arte, almeno in senso stretto.
Tra i galleristi “resistono” quelli che hanno artisti famosi (le cui opere sono state acquistate quando i loro prezzi erano accessibili), oppure quelli che si sostengono con i contributi degli artisti. È evidente che per questi ultimi, a meno che non siano dei Picasso, le probabilità di vendere sono minime. Di conseguenza i galleristi devono rivalersi sugli artisti stessi (che non vendono) chiedendo a loro soldi per l’esposizione.
È una logica perversa, in un certo senso, dettata però dal comprensibile desiderio di emergere, di farsi conoscere. Oggigiorno puoi realizzare anche opere esteticamente sublimi ma se le tieni in cantina è come se non esistessero.
Di fronte a questa situazione, triste finché si vuole ma concreta, c’è chi risentito lancia strali contro quei “galleristi” che osano farsi pagare da coloro che sono animati dal sacro fuoco dell’arte.
D’altra parte i costi per esporre la “merce” li sostiene il commerciante per il suo gazebo al mercato, così come chi vuole uno stand in una fiera d’arte. Però è pur vero che se non riesci a ripagarti i costi di esposizione con la vendita delle tue opere il risultato è frustrante.
Che dire allora? Per chi intende impegnarsi in campo artistico l’importante è non farsi illusioni, valutare con molta attenzione cosa offre il singolo gallerista o curatore, in termini di servizi offerti (location, cataloghi, recensioni ecc.) nella consapevolezza che nessuno ti regala niente. In ogni caso chi si dedica all’arte per trovare valide motivazioni, più che sull’aspetto economico deve puntare sulla propria passione, e sull’esigenza di esprimere qualcosa che lasci un segno.
Paolo Avanzi
Ascolta Radio Free Music
Pubblicità






