Vergarolla, ottant’anni dopo la strage "dimenticata" di Pola: cento morti e nessun colpevole

Il 18 agosto 1946 l’esplosione sulla spiaggia affollata provocò una carneficina: la più grande strage dell'Italia Repubblicana. L’inchiesta britannica escluse l’incidente, ma mandanti ed esecutori non furono mai identificati. La pista più accreditata conduce agli apparati jugoslavi, mentre il Parlamento torna a chiedere verità

Trieste: Monumento del 2011 alle vittime di Vergarolla posto accanto alla Cattedrale di San Giusto

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Ottant’anni dopo rimane una domanda senza risposta: chi provocò la strage di Vergarolla? Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Pola, un’enorme esplosione trasformò una giornata di festa in una carneficina. Le vittime identificate furono 64, ma il numero complessivo dei morti viene stimato attorno al centinaio, mentre oltre duecento persone rimasero ferite. Tra le vittime moltissimi bambini.

Una tragedia che, se si considera la natura intenzionale dell’esplosione stabilita dall’inchiesta britannica, può essere indicata come una delle prime e più sanguinose stragi dell’Italia repubblicana. E, dopo ottant’anni, resta senza colpevoli.

La festa sulla spiaggia trasformata in una carneficina

Quel 18 agosto sulla spiaggia di Vergarolla erano in programma le gare di nuoto della Coppa Scarioni, appuntamento sportivo che aveva assunto anche un forte significato identitario per la comunità italiana di Pola.

La guerra era terminata da poco più di un anno e il destino dell’Istria era ancora al centro dello scontro diplomatico tra Italia e Jugoslavia. Pola, a maggioranza italiana e sotto amministrazione militare britannica, viveva nell’incertezza.

Sull’arenile erano stati accatastati numerosi residuati bellici, tra mine, bombe antisommergibile e altri ordigni. Erano però considerati inerti perché privati degli inneschi.

Alle 14.15, nel momento di maggiore affollamento, l’esplosione. La potenza della deflagrazione dilaniò intere famiglie e rese impossibile persino identificare alcune delle vittime.

L’inchiesta britannica: non fu un incidente

Uno degli elementi più importanti emersi successivamente riguarda proprio la natura della tragedia. L’indagine condotta dalle autorità militari britanniche escluse infatti che gli ordigni potessero essere esplosi autonomamente.

Le munizioni erano state controllate e considerate prive di pericolo. Secondo le conclusioni dell’inchiesta, la detonazione doveva quindi essere stata provocata intenzionalmente da «una o più persone sconosciute».

Da quel momento comincia però il mistero che accompagna Vergarolla ancora oggi. Nessun esecutore materiale venne identificato e nessun mandante fu mai formalmente accertato.

I sospetti sull’Ozna jugoslava

L’ipotesi prevalente nella storiografia riconduce l’attentato ad ambienti jugoslavi interessati ad accelerare l’abbandono di Pola da parte della popolazione italiana e a favorire l’annessione della città alla Jugoslavia del maresciallo Tito.

Nella memoria degli esuli istriani i sospetti si concentrano soprattutto sull’Ozna, la polizia politica jugoslava.

Un elemento importante è emerso nel 2008 grazie alla pubblicazione di un rapporto segreto britannico del 19 dicembre 1946, intitolato “Sabotage in Pola”. Nell’informativa destinata ai servizi britannici viene indicato Giuseppe, o Josip, Kovacich come agente dell’Ozna e viene stabilito un collegamento con la strage.

Il documento rappresenta un elemento significativo, ma non costituisce una prova definitiva: un rapporto d’intelligence non equivale a una sentenza e, soprattutto, non è mai emerso un ordine formale che permetta di ricostruire senza dubbi eventuali responsabilità degli apparati jugoslavi.

L’ipotesi dei nazionalisti italiani

Nel dibattito storiografico esiste anche una ricostruzione opposta. Lo storico croato Darko Dukovski, dell’Università di Fiume, ha preso in considerazione l’ipotesi di un possibile interesse degli ambienti nazionalisti filoitaliani a provocare un attentato da attribuire agli jugoslavi, nel tentativo di riportare la questione di Pola al centro dell’attenzione internazionale durante le trattative di pace.

Anche in questo caso, tuttavia, non esistono prove definitive.

Il clima dell’epoca era certamente esplosivo. Il 10 febbraio 1947, giorno della firma del Trattato di Parigi che assegnava l’Istria alla Jugoslavia, Maria Pasquinelli assassinò a Pola il generale britannico Robert De Winton, massima autorità alleata della città.

La strage che accelerò l’esodo

Qualunque fosse la matrice dell’attentato, Vergarolla ebbe conseguenze profonde sulla comunità italiana. La paura e la convinzione che non esistessero più condizioni per continuare a vivere nella futura Jugoslavia contribuirono ad accelerare l’esodo.

Nei mesi successivi migliaia di italiani lasciarono Pola, abbandonando case, attività e una terra nella quale le loro famiglie vivevano da generazioni.

Tra le figure simbolo della tragedia rimane il medico Geppino Micheletti, che continuò per ore a operare e soccorrere i feriti nonostante nell’esplosione avesse perso i figli Carlo e Renzo, di 9 e 5 anni, oltre al fratello e alla cognata.

Ottant’anni dopo il Parlamento riapre il dossier

La memoria di Vergarolla è rimasta a lungo ai margini del racconto pubblico italiano, anche nel più generale silenzio che per decenni ha accompagnato le vicende del confine orientale, delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Solo nel 2017 si arrivò a una commemorazione congiunta con rappresentanti dei governi italiano e croato.

Nell’ottantesimo anniversario, però, il dossier potrebbe tornare ufficialmente all’attenzione delle istituzioni. Il deputato Erik Umberto Pretto ha presentato una proposta di legge per l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage, richiesta sostenuta anche dalle associazioni degli esuli.

Dopo ottant’anni nessuno è stato condannato. Rimangono i documenti, le ricostruzioni storiche e soprattutto le vittime di una strage che contribuì a cambiare per sempre il destino della comunità italiana di Pola.


Il dottor Geppino Micheletti,

Il dottor Geppino Micheletti, continuò per ore a operare e soccorrere i feriti nonostante nell’esplosione avesse perso i figli Carlo e Renzo, di 9 e 5 anni, oltre al fratello e alla cognata.

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