Next in Milano: storie di talenti, collezioni e visioni. Saman Loira, la materia dopo il fuoco
In “Tephra Vesuviana”, la collezione per la primavera estate 2027, Francesco Corcione e Francesco Canessa lavorano la pelle come un terreno: liscia, spaccata, sfilacciata. Accanto c'è un abito nato da un cioccolatino napoletano. Al centro, un vulcano che distrugge e, posando la sua cenere, conserva.
Immagine generata con AI
11 ottobre 2026
Frammenti
Un abito da sera nero, lungo, con la gonna ampia, è coperto dal collo all'orlo di piccoli frammenti in rilievo. Sono tanti, fitti, sovrapposti, e ricadono verso terra.
È uno dei capi di “Tephra Vesuviana”, la collezione per la primavera e l'estate 2027 di Saman Loira, il marchio napoletano fondato da Francesco Corcione e Francesco Canessa. L'hanno presentata a Milano il 23 settembre 2026, alla decima edizione della Lineapelle Designers Edition, la rassegna sostenuta da UNIC – Concerie Italiane che ogni stagione chiede a un gruppo di giovani marchi di lavorare con la pelle.
Il titolo spiega quell'abito meglio di qualsiasi descrizione. La tefra è l'insieme dei frammenti che un vulcano scaglia in aria durante un'eruzione esplosiva. La parola viene dal greco, dove significava cenere, ma i vulcanologi la usano per tutto il materiale espulso: la cenere vera e propria, con granelli sotto i due millimetri, i lapilli, più grandi, e i blocchi di roccia. Tutto ricade e si posa, strato su strato. Corcione e Canessa hanno spiegato che la collezione segue proprio questo movimento: è «un processo che attraversa l'intera collezione, dove superfici, texture e volumi raccontano la possibilità di generare nuove forme a partire da quello che già esiste»Un abito da sera nero, lungo, con la gonna ampia, è coperto dal collo all'orlo di piccoli frammenti in rilievo. Sono tanti, fitti, sovrapposti, e ricadono verso terra. (Corriere del Mezzogiorno)
Photo credit: @Alex_Allegra
Il vulcano e la fabbrica di cioccolato
Gli strati della tefra hanno una proprietà precisa. Gli scienziati li usano per datare il passato, come si leggono gli anelli di un albero: ogni eruzione lascia il suo, e ogni strato porta con sé la propria data. Il materiale che distrugge è lo stesso che conserva la memoria di ciò che è successo.
Il Vesuvio lo ha dimostrato nel 79 dopo Cristo, quando ha sepolto Pompei. Gli abitanti rimasti in città sono stati travolti da una nube di gas e materiale bollente, poi coperti da strati di cenere che col tempo si sono induriti. Decomponendosi, i corpi hanno lasciato nella cenere dei vuoti con la loro forma. Dal 1863 l'archeologo napoletano Giuseppe Fiorelli ha perfezionato un metodo già sperimentato su altri materiali: riempire quei vuoti con il gesso liquido. Ne sono nati poco più di cento calchi, che si vedono ancora oggi negli scavi. La collezione non cita Pompei. Ma Corcione viene da lì.
Il vulcano accompagna il marchio da almeno tre stagioni. C'era in “Ad Vesuvium”, la primavera estate 2026, e c'era in “Nympha Vesuviana”, l'autunno inverno 2026-27. Le ninfe, nella mitologia greca, erano giovani divinità della natura, legate a boschi, fonti e montagne. Corcione ha descritto la sua così: «La ninfa è una figura sospesa, non ancora definita, ma già potente» (Fashion Times). Con “Tephra Vesuviana” lo sguardo passa dalla figura alla materia.
Photo credit: @Alex_Allegra
Il secondo riferimento della collezione è a pochi chilometri dal vulcano, in via Vetriera, a Napoli: la fabbrica di cioccolato Gay-Odin. La sua storia è cominciata nel 1888, quando il cioccolatiere piemontese Isidoro Odin ha aperto una bottega a Chiaia. Nel 1894, con le nozze con Onorina Gay, discendente di una famiglia di maestri cioccolatieri, è nato il marchio. La fabbrica, in stile Liberty, è stata inaugurata nel 1922 su progetto dell'architetto Angelo Trevisan ed è monumento nazionale dal 1993. Due delle sue specialità sono entrate nel lavoro di Saman Loira. Il Foresta, del 1920, è un tronchetto di sottili sfoglie di pasta di cacao ripiegate a mano. Le Ghiande sono cioccolatini con una cialda friabile ripiena di crema gianduia. In catalogo, del resto, c'è anche un cioccolatino chiamato Vesuvio, disegnato dall'architetto Fabrizio Mangoni.
Nel 2025 dal Foresta è nato l'“Abito Foresta”, in jersey, raccolto in increspature che riprendono le sfoglie del tronchetto. Quest'anno è stata la volta dell'“Abito Ghianda”, lungo e scultoreo, in pelle scamosciata, attorno al quale ruota una piccola serie di capi dedicati alla fabbrica. I due autori tengono insieme vulcano e cioccolato con la stessa idea: «la moda si espande nel gusto e il cioccolato diventa materia creativa» (Corriere del Mezzogiorno)
Photo credit: @Alex_Allegra
Liscia, spaccata, scamosciata
La pelle, in “Tephra Vesuviana”, si comporta come il suolo intorno a un vulcano. In alcuni capi è liscia e lucida, in altri si spacca in un reticolo di crepe in rilievo, in altri ancora è scamosciata, morbida e opaca. Accanto ci sono materiali che sembrano consumati: fibre sottili che ricadono come piume, strisce trasparenti intrecciate e strappate, frange lunghe fino alle caviglie. I colori vanno dal nero ai toni della pelle umana, accesi qua e là da un blu elettrico, dal rosso e dall'arancio. La collezione è per donna e per uomo.
Per questo marchio la pelle è un punto d'arrivo. Le prime collezioni, raccontate nel 2021, erano in tulle e colori pastello. Per la primavera estate 2023 sui tessuti comparivano licheni e piume di gallo e di struzzo. Poi sono venute le sete, il chiffon froissé, la flanella di cachemire. In sei anni Saman Loira è passato dal materiale più leggero a uno dei più pesanti.
Una cosa è rimasta uguale: il lavoro a mano, nel ricamo e, in alcuni capi, nella tessitura. Sugli abiti Corcione e Canessa ricamano pietre minerali a cui attribuiscono proprietà benefiche: perle di ematite, che considerano un cristallo positivo, e ametista, che associano alle attività della mente. La ricamatrice si chiama Giulia Lazzara. L'idea delle pietre viene da Ildegarda di Bingen, monaca benedettina del XII secolo, teologa, guaritrice, musicista e profetessa. «Siamo dediti a Santa Ildegarda di Bingen», hanno detto, e in lei riconoscono «la capacità di fondere mondi inconciliabili come la religione, la natura e le correnti psicologiche, sociali e spirituali alternative» (Corriere Style). I tessuti sono biologici e certificati GOTS, lo standard internazionale che garantisce il rispetto dell'ambiente e dei diritti di chi lavora.
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Una casa e un fiume
Corcione e Canessa sono nati entrambi nel 1989 e sono entrambi stilisti. Corcione è originario di Pompei ed è cresciuto nell'atelier di abiti da sposa della sua famiglia. Canessa, napoletano, è nato come fotografo. Corcione lo chiama «il mio socio» (Next Gen Magazine). Le collezioni portano la firma di tutti e due. Si descrivono come complementari, uno razionale e pratico, l'altro visionario.
Hanno fondato Saman Loira a Napoli nel 2020, in piena pandemia. Corcione ha raccontato quella scelta come una necessità: dare forma alla propria sensibilità e alle cose che gli stavano a cuore. Il nome unisce due luoghi. Saman è un nome persiano che significa casa, il posto dove ci si sente protetti. La Loira è il fiume francese dei castelli, un paesaggio fiabesco.
Sotto il logo c'è una data in numeri romani, II II MMXX: il 2 febbraio 2020. Cade nei giorni di Imbolc, l'antica festa celtica di inizio febbraio che in Irlanda annunciava la fine dell'inverno ed era dedicata alla dea Brigid, poi diventata santa Brigida. Il 2 febbraio è anche la Candelora. Nel 2023 il marchio ha svelato il senso di quella data con una collezione presentata con Altaroma, a Roma, e intitolata proprio “Imbolc”: celebrava il ritorno della luce e si chiudeva con sete bianco latte.
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Corcione ha descritto così da dove nasce il loro lavoro: «L'ispirazione di Saman Loira mette al centro la natura, l'estetica del mondo pagano e mitologico che eterno ci parla della natura dell'uomo, sotto forma di metafore e storie oniriche» (Next Gen Magazine). Nel loro repertorio ci sono la Cuma dei Greci, con le sacerdotesse di Apollo e la Sibilla, e la sirena Partenope, che secondo la leggenda dorme sotto Napoli con la testa a Capodimonte e la coda a Posillipo. Ci sono le ninfe e c'è perfino l'Hameau de la Reine, il villaggio di campagna che Maria Antonietta ha fatto costruire per ricreare l'utopia della vita rurale. Se dovessero ridurre il marchio a tre parole, sceglierebbero queste: onirico, evocativo, artigianale.
Nato per vestire le donne, tra prêt-à-porter e abiti da cerimonia, Saman Loira ha cominciato a disegnare anche per l'uomo con “Leggende napoletane”, la collezione presentata in formato digitale alla Milano Fashion Week del 2025: un viaggio nei racconti della città, dal mare fino al suo lato più spirituale. «Gli opposti s'incontrano unendo il meraviglioso al quotidiano, lo street style alla couture, in un gioco di riflessi dove gli uomini sono capaci di sentimenti, emancipano il loro lato femminile e le donne si governano con determinazione», hanno spiegato (Corriere Syle)
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La giacca arancio
Un capo, più degli altri, tiene insieme la collezione. È un completo color arancio bruciato, giacca e gonna, in pelle screpolata da cima a fondo, come una terra seccata dal sole. La forma è quella della sartoria da cerimonia, il mondo in cui Corcione è cresciuto: la giacca segna la vita e si apre sui fianchi, la gonna a sirena si allarga solo in fondo. Ma gli orli sono lacerati, come se il capo fosse passato attraverso il fuoco.
Le crepe stanno in superficie e non intaccano la struttura. È, in un solo capo, l'idea della tefra: ciò che il fuoco ha segnato non viene scartato, diventa una forma nuova.
Photo credit: @Alex_Allegra
Una festa di febbraio
Una collezione che parte da un'eruzione avrebbe potuto raccontare la distruzione. “Tephra Vesuviana” racconta invece quello che viene dopo, quando i frammenti si posano e diventano terreno. Per un marchio nato nel 2020, mentre il lavoro artigianale si fermava, non è un tema scelto a caso.
In sei anni Saman Loira è passato dal tulle alla pelle e da Roma a Milano, senza rinunciare al ricamo a mano né alle radici napoletane. Nella settimana della moda di settembre il suo lavoro è stato in tre luoghi diversi: negli spazi della Camera della Moda, dove è stato presentato l'“Abito Ghianda”, nella mostra “Mediterranea. Talenti emergenti in Campania” voluta dalla Regione Campania a Palazzo Morando e alla rassegna dei conciatori italiani.
Il futuro, per i due stilisti, ha già una forma: «L'obiettivo è creare una bella azienda che sia carbon free, rivolta alla sostenibilità e che non metta davanti il benessere dell'uomo, bensì le priorità del pianeta». Se lo scopo fosse il guadagno, aggiungono, sarebbe tutto più semplice: «poliestere a morire e via!» (Corriere Style).
Sotto il loro logo c'è la data di una festa che annuncia il ritorno della luce. “Tephra Vesuviana” parla della cenere. Ma la cenere, posandosi, prepara il terreno a quello che verrà.
Photo credit: @Alex_Allegra
Photo credit: @francesco.canessa
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11 ottobre 2026
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