Next in Milano: storie di talenti, collezioni e visioni. VICTOR-HART, l’anatomia di un vuoto
Lo stilista ghanese, di base a Bologna, ha debuttato a gennaio nel calendario ufficiale della Milano Fashion Week Men con Anatomy of Void, venti uscite in denim di recupero. Ritratto di un autore che costruisce gli abiti togliendo.
21 ottobre 2026
Milano, 18 gennaio 2026. Una domenica fredda, gli spazi di Green Media Lab in via Tertulliano, la sala piena. In prima fila, accanto ai giornalisti di moda più influenti, siede Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, l’uomo che governa il calendario delle sfilate milanesi. Indossa un cappotto di denim dalle spalle monumentali.
Quel cappotto lo ha disegnato l’uomo che sta per sfilare.
Si chiama Victor Reginald Bob Abbey-Hart. È nato in Ghana, vive in Italia da anni e quel pomeriggio porta in passerella, per la prima volta nel calendario ufficiale, il marchio che porta il suo nome: VICTOR-HART. Venti uscite. Quasi tutte in denim, il tessuto più ordinario del guardaroba occidentale, nato per lavorare e non per farsi guardare. Quando esce a salutare, indossa anche lui il suo denim. L’applauso è lungo.
La collezione si chiama Anatomy of Void. Anatomia del vuoto.
Photo credit @janerevina
Una borsa
Tutto comincia da un oggetto. Non un abito: una borsa. Victor è un ragazzo di Saltpond, cittadina affacciata sull’oceano nel sud del Ghana, quando vede la sua prima borsa Gucci. Non si chiede quanto costi. Si chiede da dove venga. «Ho capito che volevo andare dove era stata fatta. Quello era il sogno», ha raccontato (Associated Press). Intorno a lui in molti vedono soltanto ostacoli. Lui vede una direzione.
Quella direzione si chiama Italia. Ci arriva e si mette a studiare modellistica e confezione a Milano, alla Haute Future Fashion Academy. È il passaggio più importante e il meno visibile: imparare come si costruisce una giacca, dove deve cadere una spalla, perché un revers sta in un modo e non in un altro. La sartoria come grammatica, prima di qualsiasi stile.
Poi lascia Milano. Va a Bologna.
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L’atelier dei vicini
A Bologna c’è un laboratorio che si chiama Vicini d’Istanti. Produce abiti, accessori e oggetti per la casa, e ha un’impostazione precisa: il cuore artigianale dell’atelier sono sarti arrivati in Italia da migranti. Victor ne diventa il designer. Il nome è un gioco di parole che dice quasi tutto: persone che condividono uno spazio e un tempo senza aver percorso la stessa strada per arrivarci.
È lì che il suo modo di lavorare prende forma. La moda come lavoro di mani diverse, il capo come risultato di un processo e non come immagine da vendere. Quando fonda il proprio marchio, sempre a Bologna, se lo porta dietro.
La prima volta che il nome VICTOR-HART circola lontano dall’Emilia è a Firenze, a Pitti Uomo, nel giugno 2024. La collezione si chiama Bureaucracy ed è un’uniforme da ufficio smontata e rimontata: volumi squadrati, tagli presi in prestito dal guardaroba militare, forme che sembrano arrivare da un futuro poco lontano. L’anno dopo, a Tokyo, davanti ai suoi capi esposti alla fiera Tranoï, un cronista giapponese scrive di aver pensato ai replicanti di Blade Runner. L’ufficio, la caserma, la fantascienza. Tre immagini di un ordine imposto dall’alto, che Victor prende e piega fino a farle parlare d’altro.
Photo credit @janerevina
Il tessuto avanzato
Nel 2024 il CNMI Fashion Trust Grant, il programma che sostiene i designer indipendenti che lavorano in Italia, riceve 76 candidature. Ne seleziona dieci. Una è VICTOR-HART. Non è tra i quattro vincitori del grant, ma MAX&Co., il marchio del gruppo Max Mara che sostiene il programma, sceglie lui per il proprio premio speciale: ventimila euro e un progetto con il proprio ufficio stile. Ne nasce una collezione in denim. L’anno dopo il suo nome torna nella lista dei dieci finalisti.
Il denim, appunto. Victor lavora quasi soltanto con quello, e quasi soltanto con quello di recupero: deadstock, rimanenze di magazzino, tessuto prodotto e mai usato, che per l’industria è un costo e che di solito finisce distrutto. Lui ci costruisce trench, cappotti, abiti strutturati. Il paradosso è tutto qui: il lusso fatto con ciò che il sistema ha già scartato. Non è la sostenibilità usata come etichetta. È una questione di tempo. Un abito, nella sua idea, deve durare, e deve far capire a chi lo indossa quanto lavoro c’è dentro.
Su questo non fa sconti. Nell’estate 2025, chiamato a riflettere sul mestiere di designer, se l’è presa con la moda nata sui social: «Oggi la moda è invasa da designer virali, persone che ottengono attenzione online ma che non hanno una vera conoscenza o un vero scopo dietro ciò che creano. Io non faccio parte di quel mondo.» (nss magazine)
Photo credit @janerevina
Anatomia di un vuoto
Anatomy of Void parte da una parola che di solito spaventa. Il vuoto, qui, non è una mancanza: è lo spazio che resta quando si toglie tutto ciò che non serve. Victor prende gli archetipi del suo guardaroba, l’abito da lavoro, la tunica cerimoniale ghanese, il completo europeo, e li spoglia. Toglie, poi toglie ancora. Quello che sopravvive è la struttura.
In passerella l’idea diventa materia. Il giubbotto di jeans, il più banale dei capi, compare con le spalle larghe di una giacca sartoriale, come una piccola architettura. I pantaloni da operaio si allargano e prendono volume. Arrivano giacche di taglio militare, cappotti lunghi e fluidi, tute, trench, tutto in tela blu. Il denim è trattato fino a sembrare un’altra cosa: macchiato, striato, come sporco di fango, come se avesse già lavorato a lungo prima di arrivare lì. Alcuni cappotti e mantelle sono in denim jacquard, con il disegno tessuto dentro la trama. Il denim floccato delle collezioni precedenti ritorna su maglioni squadrati e trench.
Poi il Ghana. Una tunica lunga, abito da cerimonia, diventa uniforme da città sopra morbidi pantaloni da completo. Una maglia tradizionale si allunga in un pullover con le frange. In chiusura, due uscite da sera: un cappotto lungo e decostruito in seta nera, con il collo essenziale delle tuniche africane, e un cappotto nero floccato che fa le veci di uno smoking sopra una camicia bianca. Le cinture ricordano le cinghie dei cantieri. In testa, cappelli e baschi.
Il cantiere e la cerimonia, il Ghana e l’Italia. Nessuno dei due mondi viene usato per decorare l’altro. Si spogliano a vicenda finché non resta il punto in cui si toccano.
Photo credit @janerevina
La stanza prima della stanza
Il debutto di gennaio non è arrivato dal nulla. Dietro c’è un percorso costruito con la Afro Fashion Association, fondata dieci anni fa da Michelle Francine Ngonmo, italo-camerunese, per dare spazio ai creativi neri nella moda italiana. Prima i suoi capi sono passati per la cerimonia dei Black Carpet Awards, poi per una presentazione durante la settimana della moda di settembre 2025, infine la sfilata in calendario. Il giorno prima, Ngonmo stava ancora cercando il modo di far entrare più persone nella sala.
Arrivare fin lì resta difficile, e Victor lo dice senza giri di parole: «A volte, prima ancora di entrare nella stanza del colloquio, sei già stato squalificato. È davvero dura, e voglio che la gente lo capisca.»
A settembre 2026 è tra i trenta creativi, stilisti, fotografi e artisti, coinvolti dalla Afro Fashion Association e da Levi’s in Voices of Denim, progetto costruito sui tessuti di magazzino della casa americana per raccontare il denim come linguaggio culturale, con i lavori esposti alla Casa degli Artisti di Milano. Ancora tela blu rimasta senza destinazione. Ancora un racconto che comincia da lì.
Il giorno dopo l’apertura della mostra, il 26 settembre, torna in passerella durante la Milano Fashion Week con Denim Diplomacy, la sua prima collezione donna: un guardaroba costruito attraverso denim esistente, smontato e ricostruito, ancora una volta nel punto d’incontro tra Ghana e Italia.
Photo credit @janerevina
Togliere
In quella stessa conversazione di gennaio, Victor ha aggiunto una frase: «Togliete il colore, togliete quello che rappresento. Guardate soltanto il lavoro.»
Messa accanto alla sfilata, suona come la spiegazione più esatta di Anatomy of Void. È la stessa operazione. Quello che fa sui vestiti, levare l’ornamento, levare l’etichetta, levare tutto ciò che si mette davanti alla forma, è quello che chiede di fare su di lui. Non per cancellare il Ghana, che resta nelle tuniche, nelle frange, nel collo di un cappotto da sera. Per toglierlo dal ruolo di cartellino, di spiegazione preventiva, di filtro che decide prima ancora di guardare.
Nel suo lavoro il vuoto non è mai assenza. È il punto in cui finalmente si vede cosa c’era. Un cappotto di tessuto avanzato sulle spalle dell’uomo che governa le sfilate di Milano. Un ragazzo di Saltpond che voleva andare dove le cose vengono fatte, e che adesso le fa.
Photo credit @janerevina
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21 ottobre 2026
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