Vite Intrecciate, Michela Garibaldo e Renata Rozio raccontano la nascita del loro romanzo tra amicizia e scrittura condivisa
Amiche dai tempi del liceo, compagne di università e insegnanti, le due autrici trasformano un legame lungo oltre trent’anni in un progetto letterario dedicato alle relazioni, alla famiglia e alle fragilità della vita
Michela Garibaldo e Renata Rozio Montaggio IA
«Abbiamo intrecciato le nostre esperienze per dare voce alle emozioni»
Come è nata l’idea di trasformare questo rapporto in un progetto di scrittura a quattro mani?
«Abbiamo sempre lavorato confrontandoci. Non abbiamo mai diviso il lavoro programmando rigidamente, ma adattandoci alle idee più coinvolgenti e umane che ciascuna proponeva: ognuna portava la sua esperienza vissuta, raccontata o letta. La divisione dei compiti era subordinata alle necessità e alle competenze di ciascuna. Ci conosciamo da più di trent’anni e abbiamo sempre studiato insieme: siamo amiche da una vita!».
C’è mai stato un disaccordo tra voi due su come far evolvere Marta o Roberto? Come avete risolto eventuali differenze di visione?
«No, non abbiamo mai avuto disaccordi. Siamo cresciute insieme dal liceo e ancora ci confrontiamo e condividiamo tanto delle nostre vite: il rispetto e la stima reciproca sono alla base della nostra amicizia».
Avete in mente un pubblico preciso quando scrivete questi capitoli, o scrivete prima per voi stesse e poi verificate se funziona per chi legge?
«Scriviamo prima per essere fedeli alla storia e ai personaggi, cercando la verità emotiva della scena più che un pubblico ideale. Solo in un secondo momento, in fase di revisione, ci chiediamo se quel che abbiamo scritto arriva davvero a chi legge, senza risultare né troppo criptico né didascalico».
Cosa vi ha spinte a scrivere di PMA e non di un percorso di genitorialità “standard”? C’è un’esperienza reale, vostra o di qualcuno vicino, dietro la scelta?
«Siamo partite dall’esperienza concreta e abbiamo voluto raccontare un percorso che in Italia riguarda moltissime coppie ma di cui si parla ancora poco apertamente: la PMA tocca il corpo, la coppia, il tempo e l'identità in un modo che la genitorialità “standard” non mette mai così a nudo. Ci sembrava un terreno narrativo onesto, capace di far emergere paure, attese e fragilità che restano spesso taciute».
Marta e Roberto affrontano la fecondazione assistita in modo molto diverso: lei più fragile e in dubbio, lui più protettivo ma anche accusatorio nel momento della crisi. Quanto di questo squilibrio è voluto?
«Lo squilibrio è voluto: volevamo evitare la coppia “perfettamente in sintonia”, che nella realtà quasi non esiste in un percorso così duro. Marta porta il peso fisico e quindi anche l’incertezza più diretta; Roberto, escluso dal corpo che vive la procedura, cerca un ruolo nel proteggere e, quando la protezione fallisce, la sua paura si trasforma in rabbia e accusa».
«È una dinamica che abbiamo osservato spesso: chi non può “fare” qualcosa di concreto rischia di reagire con parole che feriscono, proprio perché si sente impotente».
La scena dell’aborto spontaneo è uno dei momenti più intensi del romanzo. Come avete scelto dove fermarvi, per non scivolare né nel pietismo né nella freddezza clinica?
«Abbiamo lavorato per sottrazione più che per aggiunta: ogni dettaglio fisico doveva avere una funzione emotiva, non essere descritto per impressionare. Ci siamo fermate prima del referto medico dettagliato, restando invece sul corpo che percepisce (il crampo, il sangue, il silenzio dopo), perché è lì che il lettore vive la scena insieme a Marta».
«Allo stesso tempo abbiamo evitato aggettivi che spingessero verso la commozione a tutti i costi: la frase “non si avvertiva più il battito” doveva bastare da sola, senza bisogno di commento».
Nel romanzo il dolore di Marta e quello di Roberto si esprimono in modi opposti: lei si chiude, lui fugge in moto. È un modo per dire che non esiste un unico modo di elaborare un lutto perinatale?
«Esattamente. Volevamo mostrare due modi di reagire ugualmente legittimi e ugualmente incompleti: chiudersi in sé e correre via sono entrambi tentativi di sopravvivere al dolore, non mancanze di amore».
Rebecca, l’amica incinta nello stesso periodo, fa provare sia gioia sincera sia invidia a Marta. È stato difficile scrivere un personaggio positivo che ammette un sentimento così poco raccontato?
«Sì, è stato uno dei passaggi più delicati. Volevamo un’amica vera, non una figura di sostegno a una dimensione: la gioia per l’amica e l’invidia per la propria attesa possono convivere nella stessa persona senza che questo la renda meno buona o meno leale».
Pietro entra nella storia come un personaggio che “quasi” mette in crisi il matrimonio, senza che succeda mai nulla di fisico. Perché avete scelto di fermarvi a un non detto invece di far consumare il tradimento?
«Perché il non detto ci sembrava più vero e più doloroso di un tradimento fisico. Marta non ha bisogno di un amante: ha bisogno di sentirsi vista e ascoltata in un momento in cui si sente invisibile persino a sé stessa».
La sottotrama di Sergio e Samantha è un tradimento consumato e perdonato, mentre quella di Marta e Pietro resta sospesa. Sono due facce della stessa domanda sulla fedeltà?
«Sono state pensate proprio come due facce della stessa domanda. Sergio e Rebecca mostrano che una coppia può sopravvivere anche a un tradimento consumato, se c'è onestà e volontà reale di ricostruire; Marta e Roberto mostrano che si può restare fedeli a un progetto comune anche attraversando una tentazione mai realizzata».
Il tango torna più volte come luogo dove Marta si sente libera. Cosa rappresenta la danza nella storia?
«È soprattutto un rifugio, uno spazio dove Marta può abitare il proprio corpo senza che sia sotto esame medico, senza aghi né controlli. Il rifugio e la tentazione, per lei, nascono dallo stesso bisogno di sentirsi viva e libera».
Tamara, la cognata, è un personaggio che crea attrito quasi ogni volta che compare. Perché avete scelto di inserirla nella storia?
«Come scelta narrativa, Tamara serve a portare dentro la casa di Marta e Roberto una pressione che viene dall’esterno, proprio nei momenti in cui la coppia avrebbe più bisogno di intimità. Non è una “cattiva”: è una donna sola che fatica a trovare il proprio posto in una famiglia che cambia».
Qual è stato il personaggio più complesso da costruire?
«Marta è stata, forse, il personaggio più complesso da elaborare perché in sé racchiude tante dimensioni emotive di una donna: dall’accettazione dell’impossibilità di avere figli all’aborto come lutto, dall’amore per Roberto al loro allontanamento e alla riscoperta della coppia».
Il romanzo si chiude con l’epilogo durante il Covid e il trasferimento in Chianti. Era il finale previsto fin dall’inizio?
«Il finale segue coerentemente il percorso dei personaggi: dopo la crisi e la riconciliazione, Marta e Roberto avevano bisogno di un gesto concreto, di un nuovo inizio».
Se doveste consigliare il libro a chi non lo ha ancora letto, con quale frase lo presentereste?
«Una storia su quanto può essere fragile, e insieme resistente, l'amore quando deve affrontare ciò che non si può controllare».
State già lavorando a qualcos’altro o “Vite Intrecciate” resta un progetto a sé?
«Ancora non sappiamo. Il futuro riserva tante sorprese… Vedremo!».
Scheda libro
Autrici: Michela Garibaldo e Renata Rozio
Formato: Ebook
Data di pubblicazione: 17 luglio 2026
Editore: Autopubblicato (Amazon)
Lingua: Italiano
Pagine: 79
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