«Song of the Sirens»: Djurberg e Berg trasformano la Gió Marconi in un paesaggio del desiderio
Dal 30 settembre all’inaugurazione e poi fino al 19 dicembre, la quinta personale del duo alla galleria di via Tadino a Milano: animazioni stop-motion, sculture marmoree e fiori giganti in un percorso tra desiderio e immaginazione.
04_Nathalie Djurberg & Hans Berg, Song of the Sirens, 2026. Courtesy of the artists
Il corpo si fa frammento, la galleria si fa sogno. Dal 1° ottobre al 19 dicembre 2026, la Gió Marconi di Milano ospita «Song of the Sirens», quinta mostra personale del duo artistico formato da Nathalie Djurberg e Hans Berg. L’inaugurazione è fissata per mercoledì 30 settembre, dalle 18 alle 21, negli spazi storici di via Tadino 15.
Djurberg e Berg tornano a Milano con un’installazione che trasforma le sale in un paesaggio sospeso tra apparizione e desiderio, memoria e immaginazione. Il fulcro della mostra sono le animazioni stop-motion: ogni video ruota attorno a un singolo elemento scultoreo sovradimensionato — un naso, un orecchio, dei glutei — forme modellate in argilla e rese simili al marmo, isolate e ingrandite, deliberatamente alterate per amplificarne la forza evocativa. Solenni e assurde al tempo stesso, queste presenze costruiscono un repertorio simbolico in cui il corpo diventa frammento, reliquia, enigma.
Le animazioni si svolgono attraverso gesti lenti e rituali, in una tensione costante verso qualcosa che non giunge mai a compiersi del tutto. Intorno ai grandi frammenti anatomici prendono vita figure anch’esse modellate in argilla, dai tratti volutamente amplificati: la loro presenza costruisce una narrazione ambigua, sospesa tra attrazione e attesa. Nulla arriva a una conclusione, nulla si offre completamente allo sguardo. Ogni azione rimane sulla soglia dell’accadere, trattenuta in uno stato di continua sospensione che alimenta il desiderio invece di soddisfarlo.
Il percorso espositivo è scandito da sculture dalla superficie marmorea che riproducono frammenti del corpo umano: punti di ancoraggio all’interno di un ambiente che oscilla tra giardino e visione, paesaggio naturale e scenario onirico. Le loro forme riprendono i motivi anatomici delle animazioni proiettate alle pareti, instaurando un dialogo continuo tra le diverse sale. A completare il paesaggio, sul pavimento e alle pareti, un campo di fiori monumentali fuori scala emerge da una sottile nebbia, trasformando gli spazi in un giardino sospeso tra realtà e immaginazione: la loro scala amplificata altera la percezione dell’ambiente, creando un equilibrio precario tra elementi naturali e visioni fantastiche.
«Song of the Sirens» rimanda al desiderio più che all’oggetto del desiderio. La “sirena” del titolo diventa metafora di una tensione priva di destinatario, un desiderio emancipato dal possesso e aperto alla possibilità. È quell’istante sospeso tra il crepuscolo e l’alba in cui ciò che si osserva non è ancora del tutto distinguibile e l’immaginazione interviene a completare ciò che lo sguardo non riesce a definire. Storie che emergono dall’assenza, fantasie che si intrecciano al mito: ciò che appare inaccessibile trova nuova dimensione attraverso l’immagine e la finzione. «Il desiderio diventa creatura, diventa monito, diventa poesia.»
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