Guernica: il riciclo del genio

Guernica? Era un quadro celebrativo per la morte di un torero. E il bombardamento della cittadina non fu poi così criminale... Eppure, da tutte queste approssimazioni di verità, nacque un geniale capolavoro che cambiò la storia dell'arte.

Un palloncino che prende il volo dalle mani di un bambino, qualcosa che lascia i marciapiedi per andare più in alto del quotidiano, questo è l’arte, concetto da applicare a tutte le espressioni che smettono d’esser tempo casuale  per divenire simboli di qualcosa di più grande, figlie di un immaginario più vasto della loro sostanza reale, per quanto genio in essa ci sia. Come la tela di Picasso, la più famosa del ventesimo secolo, ora esposta all’Onu,  che puoi comprendere nell’essenza della sua creazione solo se parti dalla sensazione di un giorno ai piedi dei Pirenei e da ciò che di quelle ore  è stato raccontato. E’  così, se vuoi cogliere appieno l’essenza della tela bianconera 3 metri per 8 devi partire dalla sensazioni di voci gutturali di una piazza basca e da un mercato incastonato fra boschi, polvere, sole e risa trattenute di una guerra civile. Aprile 1937: il colore di un tempo gramo e un ronzio che cresce fino a trasformarsi nel ghiaccio di una guerra disegnata nell’azzurro, fra cotto e pietra. Sì, per cogliere il sentimento profondo  del dipinto bisognerebbe sentirsi un popolo che fugge come calabroni dentro un nido violato e venditori che raccolgono merce che non faranno in tempo a portare via, prima che gli aerei della legione germanica e italiana accarezzino l’acciottolato con il loro acciaio. Il sentimento di Guernica è sgorgato dal racconto che si è fatto di quella mattinata: un baratro di terrore, silenzio e poi,  frastuono. Tranquillità infranta come cristallo su pietra, da quello che si riterrà il primo bombardamento a tappeto della guerra mondiale.
E anche se, nel paese pirenaico del 1937, tutto non fu come si crede, e lo vedremo, e anche se la tela di Picasso non fu “gesto” ma “pigro”adattamento  a qualcosa di esistente, “Guernica” merita di stare più su di ciò che realmente sono state, perché il gesto dell’arte lo fanno l’elaborazione e l’immaginario, non la storia  e neanche la verità.
Sulla notizia di quell’imboscata nazista, premeditata, ai danni di un popolo innocente, nacquero prima il sentimento di resistenza alle dittature fasciste, poi tutto un immaginario di democrazia. Ma alla fine  tutto si storicizza, anche i sentimenti, e ogni storia prima o poi diventa capace di non avere paura della verità. Con la “verità” si sgretolò  ogni immaginario e così i fatti di Guernica si rivelarono quello che storicamente erano stati. Un adattamento, veicolo fittizio per rappresentare altro, esattamente come era stato per la tela di Picasso.
La “prima” del dipinto fu l’esposizione universale di Parigi, nel padiglione della ormai agonizzante Repubblica Spagnola. L’opera era stata commissionata da emissari di Stalin, principale sostenitore del governo repubblicano. Quando Picasso ricevette il ben remunerato incarico (un miliardo dell’epoca, sembra) non pensò di realizzare qualcosa di ex novo, ma adattò all’occorrenza (la commemorazione delle vittime del bombardamento) una tela che stava realizzando per la scomparsa di un toreador. Un adattamento. E’ questa la spiegazione del toro che sta in mezzo alla tela non si sa bene a far cosa e di altre figure un po’ fuori contesto, dimostrazione che l’opera d’arte è più sussurro che imposizione. E’ il gusto di altri che la fanno voce e, qualche volta, urlo.
Comunque, dopo il 1937, la tela fu assunta a simbolo mondiale della pace, perché era pur sempre interpretazione di un fatto storico: la ferocia del bombardamento nazista perpetrato volutamente durante un mercato che rase al suolo scientificamente Guernica e contò più di duemila vittime. Senonchè oggi si sa che anche la verità di quella giornata fu altra.
Il 26 aprile 1937, a Guernica, la vendite in piazza erano sospese perché il paese era sulla linea del fronte ed era dichiarato obiettivo militare date alcune presenze industriali strategiche per la repubblica, perciò quella mattina non era previsto nessun mercato. Il bombardamento non fu a tappeto, essendo opera di una squadra di tre aerei italiani.. I caccia tedeschi intervennero successivamente, in un orario in cui il mercato sarebbe stato chiuso, comunque non erano certo bombardieri in grado di radere al suolo un intero abitato. I morti totali furono tra i cento e i duecento, sempre sangue innocente ma meno pesante dei duemila estratti da un paese annichilito che invece nella realtà rimase in piedi quasi interamente, basta vedere i palazzi allora presenti che ancora oggi sono intatti.
L’amplificazione della drammaticità del fatto assurto a valore simbolico fu dovuta ad un giornalista del Times che riportò quanto gli venne raccontato da testimoni repubblicani naturalmente portati ad amplificare l’accaduto. Dal Times la storia fece il giro dell’Europa repubblicana, ingigantendosi a seconda della bisogna.
Insomma, alla fine i fatti di quel giorno del ’37 furono cosa minore rispetto quello che attorno a loro lievitò, ma chi se ne frega? Guernica è divenuta sostanza del tutto, come il “pensiero”  attorno al simbolismo di Picasso val bene una finzione, qualsiasi finzione. Oggi più di ieri. No?

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