Christo: che cosa c’è dietro le Passerelle Galleggianti di Iseo?

Aprile 2015, The Art Newspaper titola: Christo Invita il Pubblico a camminare sull’acqua.
Christo: “Ho pensato: compirò 80 anni, mi piacerebbe fare qualcosa di davvero difficile.”

Il lago di Iseo è di una bellezza quasi impossibile: è come se fosse il dipinto di un lago, e l’acqua come se fosse il dipinto dell’acqua stessa. Sembra quasi di galleggiare su un cielo. Troppo blu, troppo fresco, troppo profondo. Anche le montagne sono quasi impossibili. Troppo ripide, troppo verdi con la bella stagione, troppo bianche con la neve. I paesini sorgono appollatiati sui fianchi delle colline e le punteggiano di ocra, marrone e ruggine, fino al bordo del lago. Tetti dalle tegole rosse fanno da cornice alle sponde del lago. A mezzogiorno la quiete si estende da un estremo all’altro del Lago d’Iseo, dalle vigne alle miniere, fino ai piccoli hotel.

I Floating Piers saranno lunghi tre chilometri. E per costruirli verranno utilizzati duecentoventimila cubi di polietilene delle dimensioni di cinquanta centimetri per cinquanta; duecentoventimila viti, novantamila metri quadrati di tessuto, da posarsi non solo sulle passerelle, ma anche sulle strade.

Le passerelle andranno da Sulzano a Monte Isola e fino all’Isola di San Paolo. Ogni passerella è costruita in sezioni lunghe cento metri, ogni sezione viene poi congiunta alle altre. Sedici metri di larghezza, e una pendenza verso l’acqua ai lati “come se fosse una spiaggia.” Ci vorranno centosessanta ancore, ognuna delle quali pesa cinque tonnellate.

La barca che i sommozzatori usano per calare le ancore è come una lunga piattaforma. I sommozzatori sono stati sul lago e nel lago quasi tutto l’inverno, lavorando al buio e al freddo e nel silenzio inimmaginabile delle profondità del lago fino a cento metri di profondità. Utilizzano trentacinque barche, trenta Zodiac, trenta nuovi motori, per un’opera che durerà sedici giorni, alla quale lavorano centinaia di persone. Ci sono due team che avvitano insieme le piattaforme flottanti, otto ore al giorno, sette giorni alla settimana.

Per due settimane alla volta, Christo, un uomo snello, dalle grandi orecchie e dall’ossatura sottile, con mani lunghe ed espressive, una corona bianca di capelli, non alto, ma ancora molto dritto per avere 80 anni,  diventa l’artista più famoso al mondo. Il suo cognome è Javacheff, ed è nato in Bulgaria il 13 giugno 1935, dove ha studiato arte. A ventuno anni, di fronte all’avanzata sovietica nel blocco orientale, è fuggito, prima a Praga, poi a Vienna per trasferirsi poi a a Parigi nella primavera del 1958. In quello stesso anno incontra Jeanne-Claude Marie Denat, poi sua moglie e collaboratrice, mentre dipingeva il ritratto della madre di lei, e la prima onda di fama lo travolge quando blocca la rue Visconti a Parigi con barili di petrolio sovrapposti. Una scultura-commento su Berlino e sul petrolio e l’Algeria e la cultura e la politica. Era il lontano 1962.

In un momento molto precoce nell’arte post bellica, il duo nella vita e nell’arte noto come Christo ha esteso il significato dell’arte stessa, attraversando i confini della galleria d’arte e del museo, collocando le opera d’arte nella sfera pubblica, nell’ambiente costruito, e nei primi anni Sessanta ciò costituiva non una mera innovazione, ma uno sfondamento del concetto di arte.

Seguirono piccoli “impacchettamenti”, false vetrine di negozi, tessuti drappeggiati, fontane, gallerie e torri impacchettate. Poi ben 3000 metri quadrati di tessuto per impacchettare il Museo d’Arte Contemporanea di Chicago. E nel 1969 oltre 300.000 metri quadrati di tessuto drappeggiati e legati sulle rocce fuori Sydney e all’improvviso la fama divenne mondiale. A quell’epoca il concetto di arte era molto ristretto, e la Costa Impacchettata, Wrapped Coast, sembrava l’opera di un folle. E i registi e i giornalisti, i critici e i fan, ma anche i detrattori cominciarono a seguirli e a dibattere su che cosa fosse: arte concettuale, Land Art, performance artistiche, arte ambientale, modernista, post-minimalista.

Un numero impressionante di opere precede The Floating Piers del Lago di Iseo:

Il tessuto che avvolge il Museum of Contemporary Art in Chicago, la Wrapped Coast di Sydney, ma anche Valley Curtain, in Colorado, 1972: oltre 150.000 metri quadrati di tessuto stesi attraverso il canyon al Rifle Gap.

Running Fence, in California, 1976. Un muro di tessuto alto cinque metri e mezzo e lungo quaranta chilometri attraverso le colline a nord di San Francisco, fino all’oceano.

Isole circondate, a Miami, 1983. Undici isole nella Baia di Biscayne circondate da seicentotremila ottocento  metri quadrati di tessuto di un rosa brillante.

Il Pont Neuf impacchettato, a Parigi, 1985. Il ponte più antico della città impacchettato in 41800 metri quadrati di tessuto, legato con una corda lunghissima. 

The Umbrellas, in Giappone e in California, 1991. 3100 ombrelli, 6 metri di altezza, 8,5 metri di larghezza; di colore blu nella prefettura giapponese di Ibaraki, gialli lungo la I-5 a nord di Los Angeles.

Il Reichstag impacchettato, a Berlino, 1995. Centomila metri quadrati di tessuto color argento, quasi sedici chilometri di corda blu; cinque milioni di visitatori in due settimane.

The Gates, a New York City, 2005.

L’arte di Christo attraversa i confini dell’immaginazione, di ciò che si pensa possibile, e gli spettatori amano il senso di gioia che le opere celebrano e la gioia nel lavoro stesso: pur essendo opere serie, l’uso di colori esuberanti e il loro essere aperte a tutti vengono apprezzati dalla gente. Ciò che Christo ha ottenuto è di far sì che i suoi progetti continuino a essere presenti nella mente delle persone, pur non essendoci più, trascorso poco tempo. Le sue opere hanno stimolato il pensiero non solo su ciò che è arte, ma anche su dove possa essere collocate l’arte, e a che cosa possa assomigliare. Christo ha ampliato sia il concetto stesso di arte, sia le location possibili delle opere.

L’opera “Gates” del 2005 a Central Park ha attirato Quattro milioni di visitatori nella sua breve evanescente esistenza.

Christo ha preso l’arte, ha usato il processo politico e lo spazio pubblico come il luogo in cui fare arte, e ha portato il pubblico all’interno del processo stesso, ridefinendo l’audience per la sua arte e il concetto di arte pubblica.

Il Lago d’Iseo, il quarto per grandezza in Lombardia, è un lago di secondo piano rispetto ad altre località estive, ma le radici della sua esistenza datano all’antichità. Le montagne sono venate di marmo e ferro e sono state scavate con tunnel minerari per più di mille anni.

La zona del Franciacorta è la patria dei vigneti che danno l’omonimo vino. Negli anni Venti del Ventesimo secolo a Pilzone c’era una famosa fabbrica di idrovolanti, ma il lago non è mai stato famoso e attraente come il Lago di Como. Ma dal 18 giugno al 3 di luglio prossimi Christo porterà a fama internazionale il lago d’Iseo: settantamila metri quadrati di tessuto giallo scintillante, posato su un sistema modulare di duecentoventimila cubi di polietilene ad alta densità che galleggeranno sulla superficie del lago.

Un giallo zafferano, un po’ come The Gates a Central Park, come la Valley Curtain, un colore che è un po’ la firma di Christo. E che assumerà un colore diverso sui bordi, dove si bagnerà. È un po’ il colore dei capelli di Jeanne-Claude Denat de Guillebon: una donna organizzata, forte, divertente, charmant, compagna di vita e moglie di Christo Javacheff , sua compagna anche nell’arte per più di cinquant’anni, nata lo stesso giorno di lui, era la sua portavoce, quella che si esponeva ai media, ed è morta nel  2009. Il nome Christo, in realtà, apparteneva a tutti e due e questo è il primo grande progetto senza di lei. Colpisce una sua frase: “Gli artisti non vanno in pensione. Muoiono”.

I Floating Piers collegheranno la terraferma a Monte Isola, che ospita la torre medioevale Martinengo e l’abbazia in cima, per la prima volta nella storia; e la piccola Isola di San Paolo, casa di vacanza della famiglia Beretta, coinvolgendo centinaia di lavoratori e per un costo finale di quindici milioni di dollari. Tutti finanziati dalla vendita di opera di Christo, che non accetta donazioni o sponsor. La vendita di opere più piccole, che produce a centinaia nei mesi e anni che precedono ogni grande opera: schizzi preparatori, studi, modelli, dipinti, collage. Tutte opere che si riferiscono, come contenuti e colori, all’opera maggiore che verrà prodotta con i ricavati della loro vendita. Una volta terminata l’opera maggiore, Christo non produrrà più alcuna opera “minore”: non vi saranno più schizzi, disegni, modellini con i colori del lago e dei Floating Piers.

Il team che lavora sul Lago d’Iseo è composto da Wolfgang Volz, project manager che ha lavorato a tutti i progetti di Christo e Jeanne Claude dal 1971 in poi; Vladimir Yavachev, operations manager, nipote di Christo; Frank Seltenheim, assembly manager; Antonio Ferrera, documentarista, che registra ogni momento di ogni progetto; Marcella Maria Ferrari, “Marci,” nuova capo amministratrice.

Le corde usate nel progetto vengono dalla Cavalieri Corderia di Sale Marasino, perchè ogni progetto di Christo usa quanti più fornitori locali quanto è possibile: quasi 250.000 cubi flottanti sono stati modellati in quattro fabbriche del nord Italia, per esempio: buona volontà e buoni affari dunque.

L’accesso all’opera d’arte sarà come sempre gratuito e non richiederà biglietti. Se il clima lo permette, sarà sempre aperta, e al termine del periodo della sua esistenza, tutti i materiali verranno riciclati. L’opera, nelle parole di Christo “Non fa nulla, è assolutamente inutile” e lo dice raggiante.

L’idea delle passerelle galleggianti ha più di quarant’anni: originariamente un amico in Argentina aveva suggerito a Christo l’idea di un pezzo ambientalista per il Rio Plata. Ma non fu possibile realizzarlo. Provarono poi con la Baia di Tokyo, ma la burocrazia era troppa e anche la tecnologia ancora non avrebbe permesso di realizzare un’opera del genere.

Di recente Christo si è detto “Fra poco avrò ottant’anni, voglio fare qualcosa di veramente difficile.” È un po' come se fosse l’eredità del giovane artista colta dall’artista ormai maturo, come se Christo onorasse una promessa fatta a se stesso tanto tempo fa. A che cosa servono opere come quelle di Christo, dalla breve, brevissima esistenza? Anni dopo che sono state smontate le persone ancora ci pensano, provano dei sentimenti verso di loro: le opere non cambiano l’ambiente in cui vengono inserite, cambiano le persone. L’arte in questo caso trasforma le persone stesse, trascende, le conforta, le solleva, le ispira. Ed è questo che rimarrà dopo che verranno rimosse le passerelle.

Parte delle realizzazione dei suoi progetti sono anche i tanti, forse troppi, incontri e riunioni con le autorità per ottenere i permessi, per fare proposte e controproposte, incontri con i politici locali, incontri con la stampa, sorrisi, sessioni fotografiche. Perfino un piano per il traffico. In questo caso di 175 pagine, costato 100.000 euro, un anno di lavoro, che, ancora, non è chiaro se sarà accettato dalle autorità locali. E in effetti sembra che, nonostante la desiderata gratuità e libertà di accesso 24 ore su 24 auspicate dall'artista, il prefetto abbia comunicato che vi sarà un accesso a numero chiuso alle passerelle.
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