Next in Milano: storie di talenti, collezioni e visioni. Chiara Giulia Micoccio, l’ora segnata dal filo
Con “Trame in Movimento”, presentata a Milano durante la settimana della moda, la designer salentina porta l’uncinetto, il chiacchierino e i tessuti a telaio dentro una collezione nata da un palazzo di Spongano, dalla pietra di Lecce e dalle ombre degli orologi solari. È la storia di chi è tornata al Sud sapendo che lì fare moda costa più fatica.
Immagine generata con AI
02 novembre 2026
Mezzogiorno vero locale
Su un muro bianco di calce è fissata una lastra di pietra chiara. Sopra ci sono poche linee incise e qualche macchia di ruggine, lasciata negli anni dall’asta di ferro che sporge dal centro. Le scritte si leggono ancora: “T.M.E.C.”, “Mezzogiorno vero locale”, “Inverno Primavera”. È un orologio solare, ed è una delle immagini con cui CGM Atelier del Borgo racconta la sua prima collezione.
“Mezzogiorno vero locale” indica un istante preciso: quello in cui il Sole raggiunge il punto più alto del cielo in quel luogo, e in nessun altro. Non coincide con il mezzogiorno dei nostri orologi, che segue un fuso orario uguale per tutti: il tempo medio dell’Europa centrale, quello delle iniziali T.M.E.C. Sulla stessa pietra convivono due tempi, quello comune e quello che appartiene a un solo punto della terra.
Da questi strumenti nasce una delle cinque parti di “Trame in Movimento”, la collezione per la primavera e l’estate 2027 che Chiara Giulia Micoccio ha presentato il 26 settembre 2026 in Workness House durante la Milano Fashion Week. Si chiama “Meridiana”. Le geometrie degli orologi solari che si trovano sulle facciate di chiese, palazzi e masserie della Puglia diventano il disegno di un tessuto fatto a telaio, in avorio, oro e bronzo. Un oggetto che misura il tempo con la luce diventa una stoffa che lo misura con il filo.
Courtesy CGM Atelier del Borgo
Una pietra che si indurisce all’aria
CGM Atelier del Borgo porta nel nome due cose: le iniziali della designer e un luogo. Il luogo è Borgo Filograna, a Spongano, un paese in provincia di Lecce tra gli ulivi dell’entroterra e la costa adriatica. Il cuore del borgo è Palazzo Filograna, una dimora che il Comune fa risalire al Cinquecento. Nel 2025 Sergio Filograna, imprenditore salentino che vive da anni a Milano, ne ha fatto la sede pugliese di Workness, lo spazio dedicato al lavoro, all’ospitalità e alla cultura che ha fondato in città. Il marchio è nato dal suo incontro con Micoccio. Il percorso si chiude a Milano: la collezione è stata presentata proprio nella sede milanese di Workness, in via Maffei.
Le cinque capsule della collezione sono cinque modi di leggere lo stesso territorio. Della prima, “Meridiana”, si è detto. “Terre arse” prende i colori della campagna in piena estate: ocra, terracotta, verde salvia, verde ulivo.
“Pietra”, dedicata alla cerimonia, guarda alla pietra leccese. È una calcarenite tenera che affiora soltanto in provincia di Lecce. Appena cavata si lavora con facilità, poi all’aria si indurisce e prende un colore caldo, simile al miele: è il materiale che ha reso possibile il barocco di Lecce. Si estrae da cave che nel Salento si chiamano “tajate”. Le sue varietà hanno nomi antichi: Mazzara, Dura, Bianca, Dolce, Gagginara, Piromafo, Cucuzzara, Saponara, Nera.
“Calce viva” parte dal bianco dei muri. Lo storico dell’arte Cesare Brandi, nel suo “Pellegrino di Puglia”, ha fissato quel colore in tre parole: “bianche di calce”. Il nome della capsule indica però la materia prima ancora prima di diventare quel bianco. La calce viva è quella appena cotta nelle fornaci; per imbiancare una casa bisogna spegnerla con l’acqua e stemperarla in quello che si chiama latte di calce. Nei camicioni e nei completi della capsule, in lino garzato, quel bianco si scompone in avorio, écru e toni neutri.
“La Vesta”, infine, rilegge le antiche vesti pugliesi e quelle sacerdotali attraverso linee fluide e tagli geometrici. Il modo di vestire del Salento ha una storia documentata con precisione. Nel 1782 Ferdinando IV di Borbone ha avviato una campagna, durata fino al 1797, per disegnare gli abiti degli abitanti del Regno di Napoli: le figure dovevano servire da modello alla Real Fabbrica di Porcellana. Tra i pittori scelti per l’impresa c’era anche il leccese Saverio Della Gatta. I disegni dedicati alla Terra d’Otranto, eseguiti tra il 1787 e il 1789, mostrano donne con il corpetto aderente, la camicia bianca, il grembiule e una gonna molto ampia. Nel Salento quella gonna aveva un nome proprio, u vestianu, e le sue pieghe fitte si incrociavano sul retro.
Courtesy CGM Atelier del Borgo
Nodi, anelli, pippiolini
Tutta la collezione è prodotta nel Salento, da una rete di piccoli artigiani pugliesi. I tessuti sono naturali e nascono al telaio, partendo dalla materia prima: da uno stesso cotone si ricavano tele diverse, come la popeline e il percalle. Micoccio ha seguito ogni fase come direttrice creativa. Da anni passa nei laboratori per controllare di persona la qualità di ciò che producono.
Sulle stoffe intervengono le tecniche delle mani: l’uncinetto, il merletto e il chiacchierino. Quest’ultimo merita una spiegazione. È un merletto fatto di anelli, nodi e catenelle di filo, con minuscoli occhielli sporgenti che si chiamano pippiolini. Si lavora con una navetta lunga pochi centimetri, tenuta tra le dita, mentre il filo, sottile e molto ritorto, scorre e si annoda.
L’origine è incerta, forse francese, e in Francia lo chiamano frivolité. Il pezzo più antico arrivato fino a noi risale al 1750. Il nome italiano ha lo stesso senso dell’inglese tatting: evoca il parlottare fitto e sottovoce delle donne che lavorano insieme. In Puglia la tradizione è legata a Conversano: la memoria locale racconta che a insegnarlo alle donne del paese sono state, nell’Ottocento, le monache del monastero di San Benedetto. Nel Salento è rimasto a lungo un sapere di casa, tramandato tra donne, per lenzuola, colletti e tovaglie. Nei secoli passati anche i pizzi si compravano dai maestri pizzillari di Lecce o dalle monache dei monasteri.
In “Trame in Movimento” queste lavorazioni non restano un ornamento. Negli abiti da cerimonia della capsule “Pietra” l’uncinetto costruisce inserti tridimensionali che cambiano la superficie del capo, come i rilievi di una facciata. Nei camicioni di “Calce viva” diventa un inserto nel lino. In alcuni capi il filo non viene fermato: resta libero e segue il corpo mentre si muove. Gli accessori portano le stesse forme fuori dall’abito, con collane tridimensionali e bracciali dalla superficie lavorata.
Courtesy CGM Atelier del Borgo
Sette anni a Milano, poi il mare
Chiara Giulia Micoccio è cresciuta a Presicce, oggi Presicce-Acquarica, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, all’estremità meridionale della Puglia. Ha studiato a Milano: prima Scienze della Comunicazione, poi una laurea magistrale allo IULM. In Lombardia è rimasta sette anni. Il suo primo mestiere non è stato la moda ma la comunicazione: organizzazione di eventi, ufficio stampa, giornalismo per la televisione e il web.
Poi è tornata a Lecce, per la famiglia e per il mare. Sapeva che la scelta aveva un prezzo: in Puglia fare moda è molto più faticoso, e lei stessa ha definito quel ritorno un compromesso. Ha cominciato a progettare il suo marchio nel 2019; pochi mesi dopo è arrivata la pandemia.
Nel 2020 ha aperto in via Braccio Martello 17, nel centro di Lecce, uno spazio di settantacinque metri quadri. È insieme negozio, galleria d’arte e laboratorio, e ospita piccoli marchi italiani e opere di artisti. Per anni Micoccio ha scelto e messo in mostra il lavoro degli altri, accanto al proprio. Nei momenti difficili, ha ammesso, si è chiesta se non avrebbe fatto meglio a restare nel giornalismo.
Il suo lavoro di designer è partito da un capo semplice. La prima serie, “Your Direction”, era fatta di magliette e jeans con dettagli realizzati al laser, senza processi chimici. Poi è arrivata la maglietta “Icon Circles”, in cotone biologico, ricamata con fili che disegnano cerchi non concentrici. Per lei quei cerchi sono i cicli della vita, l’armonia, l’inclusività, il fuoco e l’energia. Una parte dei fili non viene chiusa nel ricamo e resta sospesa. Nel 2022 la rivista Grazia l’ha inserita in una guida alla maglietta bianca, accanto a quelle di Prada, Max Mara, Comme des Garçons e Isabel Marant. Nel febbraio 2023 Micoccio ha portato quella maglietta a Milano, durante la settimana della moda. All’inizio del 2025 la stessa maglietta è stata selezionata per le vetrine della Rinascente, a Roma e a Milano, all’interno del progetto “Puglia & La Rinascente” della Regione Puglia, dedicato alle manifatture pugliesi.
Da allora il filo libero è diventato il suo segno. Lo ha ripreso nel 2025 nella collezione “Radici & Fili”, presentata a giugno a Vancouver e a Milano, poi a Lecce. Lo ha usato negli abiti di scena disegnati per il ballerino Francesco Costa, pensati come capi «che diventano una continuazione del movimento» (La Gazzetta del Mezzogiorno). I fili, ha spiegato, sono «una costante della mia identità stilistica da anni» (LeccePrima): tengono insieme le radici salentine e le esperienze vissute altrove.
In un’intervista televisiva ha riassunto la stessa idea in una frase: «le radici sono quello che ci consente di andare oltre» (Antenna Sud). Nella stessa occasione ha raccontato di lavorare a una nuova collezione costruita sulle antiche tecniche artigianali pugliesi, e ha detto di sognare di vederla un giorno sfilare.
Courtesy CGM Atelier del Borgo
Un sole all’uncinetto
C’è un abito in cui la meridiana, la calce e l’uncinetto si ritrovano in pochi centimetri di stoffa. È un abito avorio. Al centro dello scollo c’è un medaglione lavorato all’uncinetto: un disco fitto di trafori e di punte che si aprono a raggiera, come un piccolo sole di filo. Dal medaglione partono sottili linee color oro, che attraversano il tessuto allontanandosi dal centro.
Guardato da vicino, è un orologio solare da indossare. Il medaglione occupa il posto dello gnomone, al centro del quadrante; le linee d’oro scendono come le ore incise sulla pietra. Il bianco del fondo è quello della calce, l’oro è quello della capsule “Meridiana”, la lavorazione è quella che le donne pugliesi si sono passate di mano in mano.
C’è anche una continuità più personale. Per Micoccio il cerchio è un punto focale, quasi un mantra. Nel 2023 era un ricamo su una maglietta di cotone, con qualche filo lasciato libero. Qui lo stesso cerchio diventa una forma costruita punto dopo punto, con un’altra densità e un altro tempo di lavoro. È la stessa idea, cresciuta, affidata ad artigiani che sotto la sua direzione danno continuità a mestieri antichi e conservano un’abilità che altrimenti andrebbe perduta.
Courtesy CGM Atelier del Borgo
Da Spongano a via Maffei
In un’intervista Chiara Giulia Micoccio parlava di una nuova collezione costruita sul lavoro artigianale: la visione, i bozzetti e i disegni erano suoi, l’esecuzione era affidata alle artigiane che aveva voluto coinvolgere. Si augurava di vederla un giorno sfilare.
“Trame in Movimento” dice qualcosa anche oltre il proprio caso. Un sapere che per generazioni è rimasto chiuso nelle case, nei corredi e nei conventi può diventare materia di lavoro senza essere messo in vetrina come un ricordo. La produzione resta nel Salento. Il marchio si dichiara poco legato alla rigida successione delle stagioni, e preferisce i tempi lunghi delle mani e dei materiali naturali.
Milano, in questa storia, è il luogo dove il lavoro arriva e si mostra, non quello dove nasce. La città segna il suo mezzogiorno con gli orologi di tutti. Questi abiti portano con sé un’altra ora, quella vera e locale di un muro bianco del Sud, dove un’asta di ferro proietta ogni giorno la sua ombra sulla pietra.
02 novembre 2026
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