Bellezza da Tiffany

Una storia di due secoli. Un concetto di bellezza esclusivo. Un marchio "yankee" che dimostra quanto ormai l'America essa stessa sappia essere icona di stile. Questo è Tiffany & Co. E nel terzo millennio, la voglia di essere simbolo di uno stile meno apparente, più rispettoso. Dell'ambiente soprattutto.

Tiffany, semplicemente, è l’America. E non solo per l’immagine di Audrey Hepburn davanti alla vetrina, icona che ha colonizzato la cultura, lo stile e l’eleganza planetaria del tardo novecento. La scena bellissima e irripetibile, da film patinato, è stata semplicemente un punto finale, il sigillo della evoluzione di un “marchio” che,  parallelamente alla storia degli Stati Uniti, che in due secoli, da ammasso di immigrazioni è diventata l’identità più potente, ricca e innovativa del pianeta.

Ecco, Tiffany è la storia dell’America. A partire da un inizio di rango ordinario, come il primo negozio, le vetrine di un bazar, ricco ma sempre bazar, affacciato sulla Manhattan fumosa e selvaggia del primo ottocento newyorkese.

Il “bottegone” si chiamava semplicemente Tiffany, dal cognome del padrone, Charles Lewis. Poi, con l’arrivo del socio, e futuro cognato, John Young, venne aggiunto l’& Co parte essenziale del brand.

Quella dell’ottocento era America che accoglieva tutto e tutti. Offriva lavoro, pane, integrazione. Un’America, che migliorava l’esistenza ma come un vampiro succhiava energie, cultura, bellezza da ogni popolo che ospitava, cercando di fonderle in una identità sua. In un secolo, il miracolo identitario riuscirà, e questo anche grazie a personaggi come Charles Lewis Tiffany, personalità tanto profonde da trasformare il concetto di bellezza dell’Europa, facendolo diventare loro.

E questo “sottrarre all’Europa, non va preso solo in senso metaforico.  E  a mostrarcelo può essere sempre Tiffany, che si meritò l’appellativo di re dei diamanti acquistando buona parte dei gioielli della corona francese, svenduti a fine ottocento dalla spompata neo-repubblica.

E lì, anche se la sua storia commerciale partì da un bazaar, Charles Tiffany si dimostrò uomo raffinato, lo stesso che seppe imporre il suo marchio a tutta la gioielleria che contava e non solo negli Stati Uniti. Parigi, Charles, l’aveva già conquistata aprendo un negozio nel 1850, ma senza strafare, con quell’aurea di raffinatezza un po’ rude affiancata da una praticità del tutto Yankee. La prova di ciò fu il coraggio “popolano” che Charles dimostrò durante la guerra di secessione, convertendo tutta la produzione in gioielli in armi e materiale militare, cosa che diede una grande spinta finanziaria all’impero che andava creando e che permise lo sforzo successivo dell’acquisto del celeberrimo diamante Tiffany, una delle pietre preziose più importanti apparse nella storia dell’umanità, ritrovata in Sudafrica nel 1878 e subito fatta propria dallo strapotere del “re dei diamanti”.

Capacità imprenditoriale e stile. Amore per la bellezza e senso della praticità, questo segnò la cavalcata di Charles Tiffany nell’ottocento. La sorella del socio, che aveva sposato ai tempi del primo negozio, gli diede sei figli, fra cui uno geniale, Louis, uno degli artisti che fecero colorata l’art noveau, dimostrando un’America finalmente pronta a contendere all’europa il sigillo della creazione stilistica. Insomma, , spinta anche dalla seconda generazione, alle porte del novecento Tiffany & Co, fra la leadership acquisita nel mondo dei diamanti, la padronanza delle tendenze artistiche della nuova arte e l’espansione nell’argenteria era, al pari di tutti gli Stati Uniti una potenza che in una ventina d’anni sarebbe sbarcata in Europa vincendo una guerra mondiale e imponendo una netta supremazia culturale.

Ecco, ora la storia può ritornare ad Audrey Hepburn, a quella brioche mangiata davanti ad una vetrina di gioielli, e alla frase del romanzo di Truman Capote da cui fu tratta la pellicola. "Tiffany è il miglior posto del mondo, quello in cui non può accaderti niente di brutto". E’ così, in fondo.. Al di là del brand di gioielliere, Tiffany è ancora, oggi, soprattutto una sensazione. Quella dei gioielli, della bellezza, dell’eleganza. Della unicità.

Nel terzo millennio, oggi, la Tiffany & Co è una compagnia dai bilanci smisurati che punta all’ecosostenibilità. Dice no alle miniere che potrebbero devastare paesaggi incontaminati, difende un uso equilibrato delle ricchezze naturali. Sensibile alla differenza fra unico e banale, lesina le apparizioni del suo brand, e della sua storia. Una sobrietà magari anche fatta solo di marketing ma che fa sentire bene e immaginare che chissà, forse in quest’alba di millennio il concetto di bellezza, anche nel gioiello, sarà meno bramoso e più meditato, autentico, una bellezza in cui “nulla di brutto può accadere”.        

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