Lettere dalle Gallie

Uno dei maggiori condottieri dell’antichità è sicuramente Caio Giulio Cesare. La sua fama è troppo spesso ricondotta esclusivamente al suo triste epilogo tra le mura del senato romano. La cultura che tanto appassionò questo personaggio, e che contribuì a renderlo forse l’uomo più potente del suo tempo, sembra occultarsi all’ombra del carattere accentratore che determinò la sua politica. Il De bello Gallico, di cui è autore, è una testimonianza, assieme al De bello Civili, della sua parentesi da letterato.

Nel De bello Gallico, Cesare narra, in maniera molto meticolosa, la sua conquista della Gallia Transalpina, condotta tra il 58 e il 50 a.C. Si tratta di una sorta di diario di guerra autobiografico scritto in terza persona, reso pubblico al rientro a Roma; tutti gli appunti vennero infatti aggiustati ad hoc dal punto di vista stilistico ed espositivo per realizzare un’opera chiara, oggettiva, priva di propaganda personale, cosa che avrebbe moltiplicato le già numerose inimicizie, soprattutto quelle senatoriali; il senato infatti si sentiva minacciato da Cesare, percependo la sua campagna gallica come una deriva eversiva nei confronti dei valori repubblicani, in grado di danneggiare Roma e i suoi domini; in realtà era solo un modo elegante per mascherare il timore di perdere i propri privilegi nell’ottica di una linea di governo potenzialmente monarchica.


Il De bello Gallico doveva essere quindi una testimonianza, il più possibile aderente alla realtà, che raccontasse, al pari degli Annali, cosa fosse successo in quel preciso momento della storia romana; quindi andava rielaborato e spoliticizzato il più possibile. Come per ogni diario di guerra di un comandante che si rispetti, l’aspetto numerico dei dati e delle quantità è sempre molto preciso. Annotarsi quote e dettagli tecnici era vitale per un condottiero di questo calibro che doveva gestire decine legioni in territorio ostile.


L’opera è costituita da otto libri, come gli anni della campagna militare; l’ultimo venne composto da Aulo Irzio, luogotenente di Cesare in Gallia. I testi descrivono con cura soprattutto la strategia militare adottata da Cesare, i contesti che hanno generato gli eventi bellici, anche se concedono largo spazio al racconto di consuetudini e costumi locali, improvvisando una vera trattazione etnografica sulle popolazioni galliche.


Cesare principia la sua opera descrivendo la geografia del territorio conquistato. Ne emerge un quadro territoriale estremamente frammentato dal punto di vista linguistico, culturale e istituzionale, al punto che si notano molti gruppi sociali gallici in conflitto tra loro.


Cesare giustificò la sua campagna definendola un’azione difensiva per proteggere la Gallia Narbonense e i suoi abitanti, alleati di Roma (Allobrogi ed Edui), dagli Elvezi. Questi ultimi, dovettero lasciare la loro zona d’origine, nell’odierna Svizzera, per invadere la Gallia meridionale e stanziarvisi. Questo episodio è solo uno dei molti fenomeni “migratori” che stavano avvenendo nella Gallia Transalpina; infatti furono le incursioni germaniche a costringere molti gruppi gallici a lasciare le zone di confine per occupare regioni più sicure a occidente; peccato che queste aree erano già sotto il controllo di altre tribù, a volte, come nel caso della provincia Narbonense, dominate da Roma. L’opera prosegue nei libri successivi descrivendo il divenire della campagna; Cesare dovette contrastare le altre popolazioni galliche che opposero un netto rifiuto alla sottomissione romana. Una volta conquistato il paese, Cesare si dedica al consolidamento del nuovo limes, onde evitare che popoli confinanti simpatizzanti dei Galli potessero fornire aiuto ai vinti tramite ribellioni e rivolte. L’obiettivo divenne quindi la Germania, e in particolar modo il confine tracciato dal Reno. Alcuni Germani infatti riuscirono a stabilire coi Galli una sorta di lega antiromana che mise a dura prova le doti militari di Cesare. Solo con un grande sforzo il proconsole represse la rivolta, che ebbe il suo apice nel celebre assedio di Alesia.


In questo momento emerge la genialità del condottiero romano che seppe assediare una città erigendovi attorno un muro fortificato di 15 km, presidiato da 50.000 uomini sfiancati da 6 anni di guerra, ed erigendone un secondo di 21 km, dietro al primo, per proteggersi dall’arrivo di 250.000 Galli di rinforzo. Nonostante gli 80.000 Galli, presenti all’interno di Alesia, vennero affamati tagliando ogni forma di rifornimento verso l’oppidum, questi tentarono comunque una sortita contro i punti più deboli del primo vallo, proprio in concomitanza con l’assalto alleato all’esterno della cintura difensiva romana. Nonostante la soverchiante superiorità numerica dei Galli, Cesare riuscì a disporre strategicamente le sue dieci legioni e a sfruttarle al massimo nella difesa delle fortificazioni, pilastro fondamentale per il buon esito dell’assedio. L’epilogo di questa battaglia è noto: la resistenza Gallica venne stroncata e cessò di esistere, così come il miraggio di una Gallia unita. Vercingetorige, leader degli Arverni e della resistenza, si inchinò dinanzi al condottiero che l’aveva così abilmente sconfitto, e lo stesso fece la Gallia.


Poco prima di questi eventi, dalla Britannia giunsero rinforzi per le tribù galliche in rivolta, e questo costrinse Cesare a un aumento degli spostamenti, soprattutto dal 55 a.C. L’invasione della Britannia venne però interrotta dall’intensificarsi delle rivolte gallo-germaniche sul continente. Ad ogni modo, più crescevano i nemici, più Cesare aveva bisogno di tempo per porre un termine alla campagna; ciò significava ottenere più proroghe per il suo mandato di proconsole, che era già durato a lungo. Tutto questo tempo e queste occasioni di dar battaglia, costituirono il terreno fertile per far sperimentare all’audace condottiero romano nuove strategie e tattiche; questa palestra si rivelerà molto utile per lo scontro, forse più colossale, che sarebbe scoppiato di lì a poco con la guerra contro Pompeo.


Questo commentario si discosta da tutte le precedenti cronache militari per il tentativo di assurgere al grado di testo letterario; come si è detto, Cesare rivisiterà tutti i suoi appunti nell’ottica di pubblicarli, limando alcuni elementi testuali che, se lasciati allo stadio grezzo, avrebbero avuto molto a che spartire coi generici commentarii di Silla. Nella penna di Cesare si incontra quella di Tucidide, lo storico critico per eccellenza che trattava solo ciò che era a lui contemporaneo, e quella di Polibio, concreto autore appassionato soprattutto di guerra e politica. E’ rintracciabile altresì lo stile degli Annali romani, che seguivano pedissequi l’ordine cronologico degli eventi. Dal mondo prettamente greco arriva invece l’influenza di Erodoto che, oltre a parlare solo di ciò che aveva visto coi propri occhi, e andando quindi più cauto con ciò che aveva solo sentito dire, rappresenta il modello di Cesare per le trattazioni sugli usi, costumi e consuetudini.


L’opera è molto razionale nella sua anatomia, ma è accompagnata da un’emozione che non può nascondersi in nessun modo: la curiosità per l’organizzazione nemica, la sua tecnologia, i suoi punti forti e quelli deboli, le sue consuetudini, fa parte di un Cesare molto appassionato, ma allo stesso tempo anche del pragmatico Cesare condottiero, che sa di dover studiare anche questi temi per poter completare la sua azione politico-militare nelle Gallie.

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