De bello Iudaico

Di tutti i nemici che l’antica Roma ebbe nel corso della sua storia, solo i Parti e gli Ebrei furono un ostacolo veramente difficile da superare. Tuttavia i primi erano esterni ai confini; questo comportava per gli eserciti partici la necessità di assaltare il limes, affrontare le truppe di confine, i fortilizi interni, le truppe delle campagne provinciali (i limitanei), prima di arrivare al cuore di una circoscrizione territoriale. Per gli ebrei invece la questione era molto più favorevole: erano già all’interno dei domini di Roma, e la loro ira si poteva scagliare direttamente contro i nemici, senza dover affrontare la tenace difesa in profondità delle frontiere romane.

Tra gli esempi più antichi di letteratura di guerra emerge il De bello Iudaico (75 d.C.), scritto, originariamente in greco, da Flavio Giuseppe, storico e politico ebreo romanizzato del I secolo d.C. Compose l’opera mentre era a Roma, dopo l’avvicinamento alla famiglia imperiale di Vespasiano; il testo sembra mostrare un atteggiamento filo-romano, e a buon diritto visto che l’autore venne adoperato per la propaganda imperiale, tuttavia risulta estremamente oggettivo nella trattazione storica della compagine giudaica. Flavio Giuseppe racconta la storia di Israele dalla metà del II secolo a.C. alla rivolta anti-romana scoppiata nel 66 d.C., alla quale lui stesso prese parte a favore dei ribelli in qualità di governatore della Galilea.


Questa prima guerra giudaica (66 - 74 d.C.) fu una rivolta nazionale anti-romana, in cui però le fazioni degli ebrei, oltre a tener testa alle legioni, si combattevano tra loro. Queste divisioni interne furono una costante per tutti e tre i conflitti giudaici, ma soprattutto nel primo il ribellismo attraversò tutti gli strati sociali, infiammando soprattutto quelli bassi. A tratti assunse anche la fisionomia della lotta di classe in cui le masse tumultuose saccheggiavano le case dei ricchi, distruggendo gli archivi dei debiti e attirando al movimento armato un gran numero di briganti e criminali. Infatti Flavio Giuseppe scrisse che la guerra non fu condotta da veri eserciti ebraici, bensì da bande di partigiani integralisti che non costituivano un fronte compatto.


Infatti dal punto di vista dei re giudaici e dei sadducei, corrente ebraica disposta al compromesso, non era importante che un popolo proveniente dall’occidente dominasse su Israele; religione e politica corrispondono a due mondi della spiritualità giudaica separati; tale spiritualità è conservabile anche in condizione di asservimento. All’opposto stavano i farisei e il loro radicalismo religioso per cui un ebreo non può sottomettersi a nessuno. Fu quindi la spiritualità estremistica ad animare il conflitto anti-romano che viene descritto da Flavio Giuseppe come la maggiore guerra mossa da una irrazionale passione di cambiamento.


Nel secondo anno di guerra, Flavio Giuseppe si trovò assediato, assieme a un gruppo di ribelli, nel villaggio fortificato di Iotapata; Vespasiano stava per espugnare la fortezza quando Flavio convinse tutti i suoi compagni d’armi che il suicidio sarebbe stato preferibile alla resa. Infatti per alcune correnti giudaiche togliersi la vita era comparabile al raggiungimento dell’immortalità. Tuttavia Flavio coordinò il suicidio in modo tale da rimanere l’ultimo in vita, per poi consegnarsi spontaneamente ai romani. Anche il generale Lucio Flavio Silva, sette anni dopo, dovette confrontarsi con questa pratica sanguinosa: nel 74 d.C:, quando quasi tutte le legioni avevano lasciato la Giudea, Silva assediò la fortezza di Masada. I 960 ribelli al suo interno seguirono la strada del suicidio prima di farsi catturare. Un gruppo di soldati scelti tolse la vita ai compagni, per poi passare a fil di spada anche i propri corpi. Questi atti furono il paradigma di un eroico sacrificio affrontato con serenità, in cui la morte per propria mano corrispondeva alla resistenza contro l’oppressione dei potenti.


In ogni caso la tradizione ebraica si è sempre contraddistinta per una sensibile pratica della guerra, caratteristica tipica di una popolazione bellicosa. Il testo ebraico Il Rotolo della guerra, all’interno dei Manoscritti di Qumran, presenta una trattazione su come va condotta una guerra, sul numero di soldati da impiegare in un esercito, la loro età e la prestanza fisica necessaria. Ecco quindi un volto che spesso si tende a non notare nel popolo ebraico, caratterizzato da capacità belliche che, per quanto inadatte a prevalere sull’organizzazione militare romana, sono state in grado di metterla alla prova per ben tre volte nell’arco di sessant’anni. Infatti già la seconda guerra giudaica costò a Traiano il 32% dei legionari impiegati e facendo salire la percentuale di reclute adoperate nel rimpiazzo al 40% degli effettivi.

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