Ma di Dalla ce n'era uno soltanto...

La figura di un cantautore unico, scomparso troppo presto. Aneddoti di uno spirito estroverso, fantasioso, che per anni ha subito il dualismo con un altro Lucio, Battisti. Ma l'unico cantautore puro, era lui...

lucio dalla

Dal 1 marzo del 2012 la canzone d’autore italiana ha perso uno dei suoi più prolifici, validi e famosi esponenti che con i suoi capolavori ha firmato la colonna sonora dei nostri ultimi cinquant’anni.

È una perdita grave e dolorosa per l’affetto che Dalla aveva saputo conquistarsi nel corso della sua lunga attività. Fino a quando Battisti è stato in vita  i suoi affezionati estimatori non avevano  mancato di sottolineare che “Di Lucio ce ne sono due,… ma di Battisti ce n’è uno solo!” con ciò intendendo inequivocabilmente porre sul gradino più alto del podio, riservato agli interpreti della cosiddetta musica leggera di casa nostra, quell’eccezionale, irripetibile artista che è stato appunto Lucio Battisti con le sue opere capaci di incantare  e commuovere generazioni di  ascoltatori.

Non credo, anzi escludo, che vi sia stata rivalità tra i due campioni che pare invece si stimassero reciprocamente, ma la storiella è in effetti un esplicito indizio dell’orientamento di certa opinione pubblica di parte che ha sempre ritenuto ‘l’altro Lucio’ bravo sì, ma non quanto il loro beniamino.

Tale aneddoto mi consente di  puntualizzare un aspetto che spesso si tende a sottovalutare o a non considerare affatto quando si parla di “Cantautori”, inserendo in questa classe - senza star troppo a sottilizzare - una grande quantità di pur pregevolissimi rappresentanti del mondo musicale italiano che però non hanno le complete caratteristiche specifiche per esservi inclusi.

Per quanto mi riguarda io seguo una precisa corrente di pensiero secondo la quale occorre innanzitutto fare chiarezza in merito.

Il vocabolo ‘cantautore’ deriva ovviamente dall’accorpamento delle due distinte voci ‘cantante’ e ‘autore’ e si dice che il termine sia stato utilizzato per la prima volta nel 1959 in casa RCA per promuovere un disco di un allora giovincello Gianni Meccia (ricordate “Il barattolo” e “Il pullover”?).

In verità prima che simile vocabolo venisse coniato, c’erano  già stati altri con le giuste prerogative  per essere annoverati nella categoria (vedi su tutti Domenico Modugno).

Addirittura uno dei primissimi nella storia della canzone che si può identificare come cantautore è Armando Gill (alias Michele Testa) cantante napoletano anteguerra  in frac, papillon e gardenia all’occhiello (no, non è quello del “Vecchio frac” del Mimmo) che usava firmare i suoi componimenti così: “Versi di Armando, musica di Gill, cantati da Armando Gill”.

Sta di fatto che:

- Cantautore è per antonomasia e nel pieno significato dell’espressione ‘chi scrive il testo, lo musica e infine canta il pezzo’;

- in second’ordine, e a debita distanza, si classificano coloro che compongono la musica e cantano la canzone ma su versi di qualificati parolieri e/o scrittori;

- e, aggrappati a malapena al terzo gradino del podio, stanno quelli che su musiche di altri autori si limitano ad aggiungere il loro testo e poi se lo cantano.

Ed ecco che a questo punto i fan di Dalla vanno alla riscossa affermando a petto in fuori che  “Di Lucio ce ne sono tanti ma di Dalla ce n’è uno soltanto” perché non può esistere alcuna competizione tra il loro idolo che è stato “cantautore per eccellenza”  e chi ha campato invece su scritti meravigliosi spadellatigli però da un certo  Giulio Rapetti, in arte Mogol.

 

Conferma si ha nel constatare che  dopo aver  interrotto il sodalizio artistico col prodigioso Mogol, nessuna delle canzoni sfornate in seguito da Battisti (sia su versi di un autentico poeta quale è Pasquale Panella, sia su stesure della volitiva consorte Grazia Letizia Veronese, in arte Velezia) ha riscosso successo né tantomeno è oggi ricordata o ‘gettonata’ .

Quindi non vi è motivo per fare paragoni tra i due compositori: ognuno ha un suo ruolo determinante nel panorama musicale e  ciascuno è riuscito ad  arricchire la nostra esistenza con delle creazioni strepitose ed emozionanti che sono e rimarranno  nel cuore di tutti.

Un’altra notazione riguarda la vocalità dei due illustri artisti.

Battisti con la sua particolare vocetta, di scarsa estensione ma penetrante e accattivante, ha rivestito  alla perfezione le proprie canzoni rendendole uniche e inconfondibili.

Mentre Lucio Dalla, seppure anch’egli non dotato di mezzi eccezionali,  ha utilizzato in mille modi le sue versatili corde vocali sbizzarrendosi in singolari solfeggi, variazioni fantasiose, falsetti e speciali ghirigori.  Gli piaceva oltretutto impreziosire le sue interpretazioni con delle variazioni “Scat” che lo hanno ancor più caratterizzato.

Vi domanderete “Ma cos’è ‘sto scat?” E’ quell’insieme di suoni gutturali ritmati e di fonemi privi di senso, talvolta a imitazione di strumenti musicali, utilizzato in particolare nel jazz.

Leggenda vuole che il primo ad adoperare detta tecnica sia stato Louis Armstrong quando, nel corso di una registrazione, lo spartito del brano che stava eseguendo gli cadde dal leggìo. Allora lui, con prontezza di riflessi, prese a sostituire le parole del testo inventando degli strani suoni ritmici privi di significato.

Un campione di questa disciplina in Italia è Gegè Telesforo (eclettico artista che ha fatto parte dell’Orchestra di Renzo Arbore).

Di Dalla rimane memorabile una esibizione con Fiorello durante il programma televisivo del 2002 “La bella e la bestia” allorché eseguirono “Piazza grande”, pezzo che ha una normale durata di circa tre minuti. Ebbene i due  - dopo aver iniziato con delicate sfumature di buon canto -  proseguirono poi a duettare e improvvisare sfidandosi a oltranza con borbottamenti, farfugliamenti e arabeschi  scat, peraltro ben intonati, coi quali riuscirono ad andare avanti per quasi dieci minuti.

Il nostro protagonista non era nuovo a simili exploit anzi è da considerarsi un vero artista pittoresco e, come si usa dire, un ‘animale da palcoscenico’ che con estro, fantasia e mimica condiva e insaporiva le proprie prestazioni di piccoli accorgimenti coreografici, ammiccamenti, gag e smorfie che hanno contribuito a renderlo simpatico al pubblico.

E simpatico lo era davvero: sulla ribalta e pure nel privato, come risulta dai numerosi aneddoti che vengono raccontati da colleghi e amici del Commendator Domenico Sputo (pseudonimo – di dubbio gusto - che Dalla era solito usare e che compariva perfino sul suo campanello di casa!).

Eccovi degli aneddoti abbastanza noti, ma che penso valga la pena di citare ad uso di chi non li conosce.

Ometto piccolo, tarchiato, peloso ma con pochi capelli, il nostro Lucio era allergico a vestire abiti eleganti come frac o smoking che però doveva a malavoglia indossare in occasioni ufficiali e importanti. Ma i calzini proprio non li poteva sopportare e per evitarli pare sia arrivato a dipingersi le caviglie con pennarelli colorati, senza che il pubblico dei concerti o le riprese televisive lo abbiano mai scoperto.

Qualcuno (forse Al Bano Carrisi) asserisce  che durante un Festival di Sanremo Dalla venne individuato davanti all’Ariston, accovacciato per terra mentre, con una ciotola accanto, chiedeva l’elemosina: forse per  misurare la sua popolarità.


 

Buona forchetta, raramente si sedeva però a tavola per un pranzo normale: a lui piaceva spilluzzicare dai piatti degli altri o rubacchiare dalle varie pietanze esposte all’ingresso di ristoranti e trattorie bolognesi (vezzo questo certamente ben tollerato dai proprietari dei locali per il ritorno pubblicitario).

Aveva una particolare attrazione per i vecchi ascensori, quelli eleganti di legno con lo strapuntino imbottito a scomparsa: e qualche notte, con la compiacenza del custode, vi ha dormito dentro, accucciandovisi teneramente.

Potremmo andare avanti per ore a parlare di tutte le amabili stramberie che hanno costellato la vita di Dalla ma ora a me piace chiudere con un episodio che mi è capitato durante un viaggio in Messico e che è testimonianza di quanto le creature di Dalla siano ovunque conosciute e apprezzate.

In una tipica trattoria sperduta nella foresta della zona di Chichen Itza nello Yucatan,  un’orchestrina di “mariachi”  (complesso ritmico che canta in coro accompagnandosi con  violini, trombe, chitarre, guitarrón e flauto) anziché eseguire le quattro solite icone della nostra tradizione musicale nel mondo “O’ sole mio”, “Mamma”, “Arrivederci Roma” e “Volare”, rese omaggio all’Italia con una veramente struggente interpretazione del “Caruso” di Dalla: e in quell’ambiente, fino allora vociante, festante e distratto, si fece improvvisamente un silenzio attento e commosso.

In molti chiedemmo il bis e venimmo accontentati con entusiasmo dalla ‘banda’ che non solo replicò con altri due diversi arrangiamenti di “Caruso”, ma si esaltò eseguendo mirabilmente l’intero repertorio di Lucio. Credetemi, fu una serata indimenticabile.

 

 
Fabiano Braccini
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