Il Romanzo di un paese che non c’è

A colloquio con lo scrittore Maurizio Maggiani, parlando del “Romanzo della Nazione” (Feltrinelli), di storie, di voci, dei sogni svaniti della nazione e di un paese che non c’è, dai mille volti ma senza identità, distratto e smemorato.

Il 23 marzo, nella Sala del Trono del Palazzo Gallone di Tricase, durante un incontro organizzato dal Liceo “G. Stampacchia”, Maurizio Maggiani ha presentato il suo ultimo libro, Il Romanzo della Nazione, utopia infranta di un’Italia che non c’è e non è mai nata, con il quale Maggiani ha vinto il premio “Elsa Morante” 2015 per la narrativa.

Maggiani è uno scrittore e giornalista apuano, dalla lunga e fortunata carriera come romanziere: si ricordano, fra gli altri suoi libri, Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Il coraggio del pettirosso (premio Viareggio e premio Campiello 1995), La regina disadorna (premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002), Il viaggiatore notturno (premio Hemingway, premio Parco Maiella e premio Strega 2005), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014). Scrive e commenta per “Il Fatto quotidiano”, “Il Secolo XIX” e “La Stampa”, ma non è e non si considera un giornalista, non avendo, scrive nel suo sito, «né la costanza, né la disciplina per fare bene questo mestiere».

Al margine della serata, abbiamo parlato con lui del suo recente libro.

Dove nasce l’idea del “Romanzo della Nazione”?

«Parte da lontano, dal fatto che io, e credo non solo io, ma chiunque abbia un po’ di coscienza del “dove vive” e “come vive” in questo Paese, senta una mancanza pesante e forte: l’assenza di un racconto collettivo, che possa essere condiviso, quel che si chiama il mito fondante di una collettività. C’è il mito fondante della mia famiglia, ma non quello della mia Nazione, anzi, forse non c’è nemmeno la mia Nazione, se con questo termine intendiamo, appunto, un grande racconto da condividere fra tutti coloro che liberamente decidono di associarsi in una comunità. E questo è un peso, perché io ho una vita sociale, politica, nel senso di “attiva nella comunità”, una comunità che però è dissolta. E vivo aspettando “un volgo disperso” che “repente si desta”, citando Manzoni, da quando avevo diciotto, forse sedici anni. Un popolo che si risvegli a un’idea: l’idea di una Nazione sovrana; e non c’entra niente con lo Stato nazionale, che è un’entità amministrativa, e niente di più. Io sono anarchico, fra l’altro, quindi prendo una certa distanza dallo Stato nazionale. Mentre invece mi manca l’idea di una Nazione, l’idea di un patto di uomini liberi e sovrani, padroni del proprio destino. Questa è la Nazione, una sovranità collettiva, non una servitù condivisa. E questa mia mancanza è associata all’assenza di un racconto che identifichi la comunità, non solo la mia individualità o la mia famiglia. Senza questa immagine, la nazione non c’è.
La Francia come Nazione ha il suo mito: la Rivoluzione francese, la presa della Bastiglia, e la sua commemorazione è la festa nazionale. È un atto cruento, una rivolta violenta, che con il tempo però si è trasformato in quello che universalmente riconosciamo come i princìpi fondanti della contemporaneità: Liberté, Égalité, Fraternité. Ecco, noi questo non ce l’abbiamo. Per esempio, qual è per te la festa nazionale italiana?»

Il 2 Giugno, credo.

«Esattamente. La proclamazione della Repubblica, un atto formale. La presa della Bastiglia può essere considerato un atto formale? No, è un atto di popolo, un’azione orizzontale, mentre il 2 Giugno è un gesto di rappresentanza, e quindi verticale. Ora, nulla in contrario nel festeggiare la Repubblica, anzi, ma un conto è ricordare un avvenimento formale, un altro è commemorare un’azione collettiva, radicale ed epocale. Di lì nasce l’idea di scrivere un romanzo della Nazione. Non credo di esserci riuscito, ma almeno ne ho scritto un capitolo. Gli altri capitoli… beh, uno scrivilo tu! Il romanzo della nazione è un racconto in cui la collettività si riconosce, e che la collettività concorre a scrivere. Io ho raccontato la mia parte, quello che io so, di cui son venuto a conoscenza, che ho ascoltato, che ho visto, e ho toccato».

Nel libro lei parla, fra gli altri, dei “Padri della Nazione”. Chi erano, o chi sono?

«I padri di una Nazione possibile sono gli uomini che volevano fondare una nazione. C’è stata una Nazione possibile, che ha avuto i suoi padri, e non ha avuto figli, ed è stata la Nazione così come la pensavano, come la volevano gli uomini e le donne della rivoluzione italiana, ossia di quel fenomeno che si conosce come Risorgimento. Quelle due generazioni che dagli anni venti dell’Ottocento fino agli anni Sessanta hanno combattuto, armi in pugno, pensieri in pugno, per un’idea di Nazione di uomini liberi e sovrani. Di qualcuno di loro racconto, e non è vero che ce li siamo dimenticati, ma piuttosto ci sono stati alienati, perché l’esito delle loro battaglie è stata la sconfitta: era una rivoluzione repubblicana, che ha avuto come esito un regno. Un regno che non aveva nessun interesse nel tenere vivo il ricordo di quella rivoluzione, che da storia è diventata prima un mito e poi una leggenda, una leggenda secondo cui i rivoluzionari erano solo quattro intellettuali. Ma questo non è vero, anzi coinvolge tutte le classi sociali: c’erano aristocratici così come classi umili, c’era la principessa di Belgioioso, che sparava contro gli austriaci a Milano nel ‘48, ma c’era anche Ciceruacchio, un popolano, che prese il papa per un orecchio e lo tolse dal suo trono eterno di Roma».

Secondo lei, oggi in Italia, si avverte la necessità di essere padri di una nazione, o è solo una romantica nostalgia?

«Ti dico la verità: non lo so. Io ho fatto il mio tempo, e so che la mia generazione ha dissipato l’eredità lasciataci dai nostri padri, ovvero dagli uomini della Resistenza al nazifascismo, gli uomini della fondazione della Repubblica, ed è anche vero che poi non ho lasciato niente ai miei figli, alla tua generazione, insomma. E voi siete immensamente poveri, perché non vi è stato dato niente, ma siete anche immensamente liberi, perché avete la possibilità di inventarvi qualcosa di veramente nuovo, di originale. È l’unica possibilità di sopravvivere e prosperare dopo il nulla che vi abbiamo lasciato. Magari anche la vostra Nazione».

Un’ultima domanda: alla luce dei recenti attentati in Europa di matrice jihadista, quanto la religione può entrare nel romanzo di una Nazione, e quindi nel suo fondamento?

«Sinceramente, è una questione alla quale io non do tutta questa importanza: le religioni sono sicuramente strutture fondanti di poteri, che però non hanno nulla a che fare con la sovranità, ma piuttosto con la servitù. Quando una fede si fa religione, si trasforma in un potere soverchiante – e questo è comune a tutte le religioni, non ce n’è una più predisposta di altre. Le religioni sono un’invenzione geniale e plurimillenaria per il potere. Tra le varie fedi, invece, non faccio alcuna differenza qualitativa, che si tratti di fede nell’avvenire, nella giustizia, o in Dio».

Maurizio Maggiani non scrive solo sulla carta, ma arriva con le parole a firmarci il cuore e la coscienza. Ci lascia, con la sua elegante umiltà e una capacità di comunicare fuori dal comune, una sorta di fiducia ostinata e nuova: fiducia nelle nostre abilità di fabbri del nostro destino; fiducia nella nostra identità di Nazione, che evidentemente c'è, sepolta sotto strati di polvere, e che possiamo, dobbiamo riscoprire e tramandare; fiducia, infine, nella Storia come maestra di vita.

Dice che la sua generazione ci ha lasciato “immensamente poveri” e “immensamente liberi”, e a noi, eredi nullatenenti, regala questa ricchezza travestendola, disegnandola, incartandola come una di quelle bomboniere che si regalano ai matrimoni; come un messaggio segreto, da leggere sottovoce, perché il sospiro di ognuno fluisca in una sola corrente e si faccia grido: “Io sono una Comunità, io sono un Romanzo, io sono una Nazione”.

Michele Wilde

© Giuseppe Stampacchia Press 2016
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