Abbiamo ancora bisogno della storia?

Abbiamo ancora bisogno della storia? Questa è la domanda provocatoria posta, come titolo del suo ultimo libro, dal Professor Serge Gruzinski, esperto di storia del colonialismo iberico in America e docente di Storia globale in Francia, Stati Uniti e Brasile.

Ieri, martedì 29 novembre, Serge Gruzinski, prestigioso storico francese contemporaneo, si è seduto al tavolo dei relatori nell'aula Crociera Alta dell'Università degli Studi di Milano. Un pubblico numeroso ha atteso ansioso di ascoltare la presentazione del suo nuovo saggio dal titolo Abbiamo ancora bisogno della storia?.

Questa presentazione è stata un'occasione per un intenso scambio di riflessioni circa il senso del passato nel mondo globalizzato di oggi, in cui spesso "storia" è sinonimo di "europocentrismo", di "determinazione degli eventi del mondo da parte degli europei". 

Gruzinski afferma in via preventiva che la domanda sollevata in principio dal libro è diretta a stimolare non solo gli accademici e gli esperti del settore, bensì tutti i cittadini europei. La mission dell'opera è rivolta a una collettività che non deve limitarsi a un pubblico specialistico, ma che deve riguardare tutta la comunità occidentale. 

Le riflessioni partono dal contesto europeo contemporaneo, multietnico, multireligioso, "multitutto"; ma da dove ha origine questa interconnessione globale di oggi? Gruzinski vede nel XVI secolo, e in particolare nella colonizzazione spagnola delle Americhe, la genesi di una mondializzazione del pianeta. L'Europa si confronta per la prima volta con qualcosa di "altro da sé", il Nuovo Mondo, iniziando automaticamente a definire una propria identità. Ciò che non era nativo delle Americhe, africano, o asiatico era europeo. Ma che cos'era a quel punto l'Europa? Un'istituzione come quella odierna? Assolutamente no, secondo Gruzinski era un universo di transizioni; belgi e milanesi di oggi devono accettare che, nonostante le rispettive e importantissime storie locali, nel Cinquecento, i loro antenati fecero parte del processo di colonizzazione iberica delle Americhe, visto che sottostavano al dominio spagnolo. Questa è una concezione di storia globale che non assume una posizione europocentrica in virtù della mera tradizione, bensì per cause contingenti che amalgamano più paesi e più storie locali verso uno scopo comune e una storia condivisa; di conseguenza risulterà una concezione sulla base della quale è possibile pensare di fondare anche un'unione socio-politica tra nazioni. 

Tutto questo è un tentativo di risposta a una determinata emergenzache memoria si può condividere coi nuovi cittadini europei?

Si tratta di un problema estremamente attuale. Le radici della questione risalgono ancora al 1958 e al Trattato di Roma: gli storici europei dell'epoca non si rivelarono in grado di costruire una memoria europea da accompagnare all'unione economica. Ciò che rimase fu il lavoro fatto dalla storiografia dell'Ottocento, basato però su tante storie nazionali differenti e soprattutto orgogliose delle proprie identità. Come si è anche solo pensato di costruire un'entità socio-politica di dimensioni continentali come l'Unione europea senza delle solide basi culturali che risolvessero il problema della memoria comune da condividere per sentirsi veramente uniti?

Gruzinski stesso afferma che ad oggi, l'espressione più celebre, anche se velata, di memoria europea collettiva è Game of Thronesfiction americana ispirata alla guerra delle due rose, che contiene in maniera omogenea al suo interno i contributi di tutte le civiltà europee che si sono succedute dall'antichità all'età moderna. 

Dall'altro lato, François Fillon, politico di centrodestra che ha appena vinto le primarie presidenziali nel partito francese Les Républicains, ha annunciato di voler istituire nuovamente lo studio dei romanzi nazionali, così che i francesi possano ristabilire i loro eroi nazionali e con essi ristabilire la fortezza intrinseca del proprio popolo.

Come mai servono i Lannister e Fillon per ritrovare un senso del passato, in un mondo aperto, interconnesso e culturalmente progredito come il nostro? Forse perché in realtà è solo apparenza: siamo nel mondo più globalizzato di sempre e ancora nel 2016 si parla di erigere muri (e molti vengono eretti). Forse come dice Gruzinski, la costruzione della memoria collettiva si è spenta poco dopo esser cominciata, quando gli europei riprodussero letteralmente l'Europa nel Nuovo Mondo tra XVI e XVII secolo, visto che non erano stati in grado di comprenderlo in principio per mancanza di mediatori culturali.

Per affrontare questo travaglio culturale, Gruzisnki, nel merito del suo campo di studi invita, a tornare alle fonti, ma non limitandosi a quelle tradizionali d'archivio, bensì prestando ascolto a tutte le voci che hanno raccontato l'integrazione planetaria del Cinquecento, soprattutto quelle che sono rimaste inascoltate solo perché espressioni dei vinti. E cosa accade quando qualcuno vince? Va in archivio, passa alla tradizione, all'accademia, sale sull'effimero trono dell'autorevolezza. Chi ha perso esce dal gioco; come recita la fiction Game of Thrones: al gioco del trono o si vince o si muore.

Al giorno d'oggi siamo letteralmente bombardati da continui stimoli di innovazione tecnologica coi quali dobbiamo forzatamente confrontarci; parliamo delle rivoluzioni digitali, dei fenomeni mediatici, dei social network, dei videogames, delle evoluzioni cinematografiche, che spesso veicolano messaggi storici, ma al prezzo di isolare la voce dello storico. Il libro di Gruzinski contiene quindi anche una velata denuncia dell'inadeguatezza della scrittura odierna, accompagnata dalla contrazione dei tempi di lettura, ultimo grande fenomeno per il quale viene addirittura indicato il tempo necessario a leggere un articolo sul giornale o su un sito. Lo storico di oggi non riesce a far dialogare nel testo il presente col passato in maniera critica e questo è estremamente pericoloso nel nostro mondo.

Bisogna quindi prestare attenzione anche ai nuovi mezzi per veicolare il racconto storico, quali il teatro, la musica, il cinema. Si tratta di fonti forse meno autorevoli dell'archivio, ma che possono essere in grado di far ascoltare anche le voci dei vinti, quei pezzi di storia locale che mancano alla tradizione e che potrebbero contribuire ad aggiornare le interpretazioni storiche e  aiutare nella scrittura di una storia globale.

Abbiamo quindi ancora bisogno della storia? Decisamente sì, ma perché essa possa sopravvivere nella sua utilità pratica deve smettere di chiudersi nella ristrettezza dell'accademia e adattarsi ai nuovi metri di misura della contemporaneità. Il mondo contemporaneo vuole essere interconnesso, all'avanguardia, social e con una memoria condivisa? Allora forse serve che gli storici si esercitino nel leggere la storia da altri punti di vista, trovare soluzioni altre dalla convenzionale periodizzazione, e accettare una relatività geopolitica intrinseca al divenire storico.

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