Edoardo. L'Italia milionaria

Le sue opere sono l'Italia. La furbizia, il dramma, il coraggio, la sensibilità, la capacità di ricostruire. Uno dei più grandi letterati del secolo scorso, che creò un Forrest Gump cinquant'anni prima di Hollywood.

Napoli, fin dai primordi, è stata un’anomalia. Sì, una  anomalia. Capanne di mercanti e pescatori, appoggiate ad un tappeto di mare splendido ma a fargli ombra, il triangolo opaco e fumante di un vulcano. Napoli, idea ostinata e contraddittoria. E ostinati e contraddittori, già da allora, anche i napoletani, messi a metà fra la forza testarda di sfidare la natura e lo sguardo ad un paradiso. Deve essere stato già dai primi anni d’esistenza (quasi mille anni prima di Cristo) che la città partenopea ha imparato a incarnare il tutto e allo stesso tempo, il suo contrario. Poi è rimasta così tanto che possiamo permetterci una cavalcata di 3000 anni fino a venire al novecento e ritrovare ancora immutato l’abbaglio chiamato Napoli, coacervo di di sensazioni primitive, tanto forti da poter spiegare l’universo. Come scrisse Malaparte: “che cosa sperate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell'Europa di diventare Napoli....” 
Napoli. Geniale, spumeggiante, profonda  e sofferente, volgare e sublime, città che puoi  riassumere in un volto e in una storia, quella di Edoardo De Filippo. Bastano lui e la sua vita per dipingerci il senso partenopeo di essere espressione, e mai concetto.
Eduardo, quel viso scavato, duro, secco, ormai quasi abbandonato perchè troppo fuori dai luoghi comuni con cui l’oggi dipinge il presente e il sud. Un po’ come Troisi, personaggi buoni per qualche monumento o standing ovation televisiva, quei tributi comodi da abbandonare subito dopo. Già, per indicare quanto poco conti la figura di Edoardo per l’Italia, basta digitarne il nome su Google. Provateci, e nei suggerimenti alla ricerca lo vedrete sperduto in mezzo alle molte I finali della oggi più ben nota Maria (De Filippi). Quella di De Filippo, per il cervello digitale del motore di ricerca, è una figura fra molte. Ma va bene, perché così l’attore-autore napoletano mostra di essere ancora vivo, cioè in grado, come allora, di rendere appieno il disagio drammatico del tempo che sta attraversando. La stessa voce che sognava che passasse la nottata, oggi, silenziosa, dimostra che il buio c’è ancora, anche se abbiamo svoltato di secolo. E forse ora, ben sessant’anni dopo, è logico chiedersi se mai la notte, un giorno, davvero passerà.
Eduardo nasce in una Napoli appena entrata nel novecento, una città ancora di maniera, quasi baronale, che ancora fa l’elenco delle diverse forme dell’essere figlio. Leggitimo. O naturale. Stati derivanti dall’essere nati dalla consorte ufficiale,  o dalla concubina. Il padre della famiglia De Filippo è un nome importante a Napoli, e non solo. Edoardo Scarpetta, maestro della commedia. Sì, il teatro di fine ottocento doveva essere un mondo improbabile, ma il diritto familiare della società del tempo non era comunque così lontano da come lo intese la famiglia Scarpetta. Edoardo Scarpetta riconobbe i tre figli, Titina, Edoardo e Peppino, nati dal rapporto duraturo con la nipote diciottenne della moglie. Comunque le due famiglie convissero tranquillamente nella Napoli teatrale del primo trentennio e si mischiarono civilmente, tanto che i tre “naturali”, per un buon periodo, lavorarono nella compagnia del “legittimo” Vincenzo Scarpetta. Titina, Peppino ed Edoardo intrapresero dunque anche loro la carriera paterna, con il fratello nato di mezzo che però si trovò assegnato un dono in più, quello della scrittura.
Per tutto il secondo decennio del novecento, Edoardo recita e narra nel suo ambito “originario”, quello commedia napoletana che è tradizione secolare ben radicata. I primi atti unici di Edoardo descrivono divertenti pazzie, intrecci farseschi, amori esasperati. Dentro le righe scorre un insolito non sense filosofico che però resta solo una sfumatura che quasi scompare in un ambito già “visto”.
Per i De Filippo, è il 1930 l’anno della rivoluzione. Due sono i punti cardine. Uno è la nascita della Compagnia Comica De Filippo, che vedrà tre i fratelli finalmente autonomi. Invece, la seconda svolta non è da subito percettibile, eppure segnerà un attimo rivoluzionario della storia letteraria italiana. E’ infatti nel 1930 che iniziano le prove per quello che al momento pare un atto unico: Natale in Casa Cupiello. Al primo atto originario (in un parto durato quattro anni), se ne aggiungeranno altri due, a formare un’opera perfetta, quella che probabilmente meglio esprime Edoardo.
Natale in Casa Cupiello, come poi Napoli Milionaria, offre una visione della società che solo Napoli, nella sua autenticità, può rendere così vera. Ripetendo il Malaparte: “che cosa sperate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell'Europa di diventare Napoli....” 
Il Luca protagonista dei tre atti è un Forrest Gamp perdente, venuto alla luce decenni prima del personaggio di Zemeckis. Luca Cupiello è un uomo ingenuo, un bimbo che legge il mondo come una cosa semplice e non comprende il “mestiere” del vivere che la complica. La trama di Natale in Casa Cupiello è abbastanza nota (e se non lo fosse, potrebbe essere l’occasione per ritrovare in essa la radice del nostro essere). Ogni volta che pensa di fare la cosa giusta, Luca si scontra con drammatici inconvenienti. Luca Cupiello, non è in grado di capire niente della vita e neanche della sua famiglia. Dentro la commedia (o il dramma) di De Filippo, passa tutto. Passa l’amore, la passione, la rabbia, la gelosia e l’odio, e poi passa la società, i suoi obblighi,  una economia umana che stenta a sopravvivere fra piccole furbizie, grandi cialtronerie, convenzioni e convenienze. In fondo Luca Cupiello chiede un vivere semplice, vorrebbe un mondo presepe, nella violenta ostinazione che con quello, l’esistenza funzionerebbe. L’epica del personaggio sta nella eterna domanda al figlio: ti piace il presepe? Ma, come la vita, il figlio, ogni volta, gli dirà di no.
Il senso è ben espresso nell’ultimo atto. Ancora una volta, leggendo qualcosa di diverso dalla realtà, Luca, ormai morente, metterà dolore dentro una tranquillità acquisita, inconsapevolmente unendo il sentimento autentico tra sua figlia e l’amante, allo stesso tempo però uccidendone il matrimonio. Insomma, Luca scompone e ridisegna la realtà in una maniera più autentica, ma che non  funziona. C’è comunque un’attimo di speranza, che Edoardo lascia appeso al finale della vicenda. Te piace ‘o presepe? Il figlio, davanti al padre morente, finalmente risponde sì, che adesso il presepe gli piace. Troppo tardi? In questo sospiro sospeso, sta il sipario della grandezza di Edoardo De Filippo. Resta da dire, che l’inserimento del terzo atto del “Natale in casa Cupiello” sarà la causa del primo violento litigio fra i due fratelli, Peppino ed Edoardo. Peppino lo riteneva inutile, quel finale. Per lui, abituato alla tradizione farsesca, metter sul palcoscenico il dramma del vivere non era indispensabile. Ci penserà in breve la storia a mettere davanti agli occhi di ogni commedia, la realtà. Perchè i De Filippo, Napoli, l’Italia e  l’Europa, conobbero la seconda guerra mondiale. Eduardo, dagli anni di guerra, borsa nera e di ridefinizione di una società e di una economia, trasse Napoli Milionaria. Anche qui troviamo un uomo che semplicemente non è ascoltato. Gennaro Iovine vorrebbe parlare di sè, raccontare i suoi giorni, ma ancora una volta, come Luca Cupiello, è personaggio non compreso in una realtà che non si può fermare, protesa al guadagno, all’immoralità e alla speculazione, che non riconosce più il sentimento di vivere. Ancora Curzio Malaparte: “Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre per la propria pelle. Tutto il resto non conta”
Allora Edoardo de Filippo, davanti a quella Napoli, scelse di lasciare una speranza. “C’è da aspettare che passi la nottata.” E anche oggi (dicevamo che Eduardo non è morto) dentro la mancanza di intelligenza collettiva, ancora quella speranza può risuonare. Adda  passà a’ nuttata! Già, forse, anche adesso, c’è semplicemente da aspettare che passi il buio di questa. “Italia “milionaria”...
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