Tartufo e il fondamentalismo islamico

Il caso Ariane Mnouchkine: la regista, che utilizzando il filone classico, riesce a espletare il disagio di una società moderna, violenta e insoddisfatta. Il Tartufo, celeberrima opera di Molière, allestita nel 1995 dalla regista francese, diventa, infatti, un’opera funzionale a descrivere un momento tragico, di guerra civile, indotto dai fondamentalisti islamici in Algeria.

Un tragico momento, dove la religione diventa potere, dove, la religione, vien fatta strumento di oppressione e di strumentalizzazione. Un tragico momento tramite cui, la religione, che diventa una frusta, diventa anche terrore.


Cosa resta, allora, della Fede, dell’Amore e della Speranza? Volendo parafrasare un celebre film di Benigni, non ci resta che piangere? No, se così fosse, non resterebbe che perdere ogni speranza nell’umanità e nei suoi ideali.


Cartina di torna sole, da cui prendere spunto e, forse, una qualche forma di speranza, resta il teatro, quel potente “spazio vuoto” dove nascono Fede, Amore e Speranza, dove la Mnouchkine, pur rimanendo fedele al testo, tramite un uso forte e brutale della regia, dà una voce forte e attuale alla provocazione creata dal drammaturgo. Conferisce allo spettatore la possibilità di ragionare e di non essere passivo, bensì, proprio come Brecht insegna, di essere attivo. 


Quello della Mnouchkine diviene un teatro, tanto per citare Brook, immortale, ruvido, che potrebbe anche essere definito come “un teatro della verità o della realtà”. Infatti, il primo dato da cui partire, è proprio l’impianto scenico: dove non c’è sipario, campeggia uno spazio aperto, un cortile chiuso da una cancellata, al di là del quale si trova una grande casa con tante finestre tutte chiuse. In platea, l’interno della casa viene immaginato in modo metaforico; metafora che fin da subito compone una tutt’altro che amena dialettica tra il dentro e il fuori. Tartufo, individuo isolato, vispo, bigotto e ingannatore sotto Moliere, diventa per la Mnouchine, l’espressione di un ceto sociale, l’avanguardia di una comunità di integralisti musulmani. Orgone, di rimando, plagiato da Tartufo nel testo originale, viene qui invece plagiato da un gruppo sociale, da un’ideologia, che finisce con il sopprimere il singolo. L’idea vincente, che caratterizza la sovrainterpretazione della regista, risiede proprio nel finale, che non crede in un inaspettato lieto fine. Se nel finale di Molière, l’ufficiale regio smaschera l’inganno di Tartufo, in questo nuovo finale, la regista crea un ufficiale che appartiene a uno Stato corrotto, brutale e totalitario; un ufficiale di polizia da “Terzo Mondo”, che depreda la casa di Orgone ed esce ridendo.


L’unica nota positiva, che è anche un forte messaggio di speranza, in questo tragico finale, che la Mnouchkine lascia allo “spett-attore”, vive nella risposta di Orgone e della sua famiglia: depredati, violentati, umiliati e offesi, nel momento in cui l’ufficiale esce di scena, ecco che la casa si accende di luce. Luci che simboleggiano la metafora di una vitalità popolare, che vince rispetto alle brutture di una politica corrotta e del fanatismo popolare.

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