La congiura del cuore

Proviamo per un attimo a pensare alle vicende sentimentali di Lady Diana o a qualsiasi altro esempio di relazione extraconiugale di stampo mediatico. Il tradimento sembra essere una costante all’interno delle relazioni amorose, anche di quelle che hanno fatto sognare maggiormente il grande pubblico, oltre a essere da sempre considerato un atto meschino.

Ma il tradimento riguarda solo i giorni nostri? Rappresenta il disfacimento di costumi troppo ingombranti per la modernità? È davvero il segno indelebile di un radicale cambiamento di valori?


Certamente no, e basta riportare il nostro pensiero indietro di qualche secolo per dare piena veridicità a questa risposta.


Tutti ricordano il canto V dell’Inferno e la drammatica storia d’amore tra Paolo e Francesca. Tutti ricordano la relazione adultera tra Ginevra e Lancillotto. Solamente citando queste due coppie, importantissime sia da un punto di vista di cronaca storica, sia da un punto di vista squisitamente letterario, è evidente come il tradimento e le relazioni extraconiugali siano sempre esistite e abbiano sensibilmente modificato l’immagine e il ruolo della donna.


La donna, in tutto l’arco del periodo medievale, rimane un soggetto sociale sottomesso all’autorità dell’uomo -sia esso il marito sia esso il padre o il fratello- ma, a partire dall’elaborazione filosofica e letteraria della fin’amors (o amor cortese), a partire dal XII secolo, inizia a rivestire una posizione privilegiata all’interno delle dinamiche amorose o sociali.


L’amor cortese, infatti, porta alla ribalta le problematiche interne alla societas nobiliare (come il rapporto di sottomissione o collaborazione tra vassallo e signore) e ne impiega le categorie filosofiche e sociologiche mettendo in relazione ad esso il rapporto che esiste tra uomo e donna. 


Proprio all’interno di questa visione innovativa si delinea la crescente importanza del ruolo sociale della donna: questa nuova domina, o signora, concede al proprio amante l’opportunità di elevarsi socialmente a un rango superiore, ma anche spiritualmente, attraverso l’exercitium di un sentimento amoroso che può essere tanto casto quanto sensuale. In questo contesto la donna risulta essere superiore all’uomo, che comprende la propria inferiorità morale e non può far altro che ammirare e sottostare a cotanta perfezione.


È proprio in questo clima che vengono organizzate, scritte in versi e  trasmesse le vicende adultere degli amanti di Cornovaglia (Tristano e Isotta) o quelle di Cligès e Fenice. Sono vicende che concedono una prova inconfutabile dell’esistenza e della valenza della donna traditrice.


Uno dei più grandi trattati relativi a questo argomento è stato scritto intorno alla fine del XII secolo, quasi contemporaneamente con la teorizzazione dell’amor cortese: il De amore di Andrea Cappellano.


Andrea Cappellano visse tra il 1150 e i primi del Duecento e svolse, molto probabilmente, l’ufficio di funzionario alla corte di Maria di Champagne. In un clima culturalmente dinamico e sotto la protezione della contessa mecenate, scrisse il suddetto trattato intorno al 1185.


Il libro, scritto in un latino ormai volgarizzato, è diviso in tre sezioni: la prima, relativa al vassallaggio nel rapporto amoroso, la seconda relativa all’adulterio e la terza intesa dalla critica come una sorta di reprobatio amoris.


Proprio nella seconda parte del trattato si discute in modo profuso del ruolo dell’adulterio, inteso come unico mezzo per vivere il vero amore. Cappellano spiega in modo chiaro come all’interno del matrimonio, un vincolo sociale e politico, due amanti non possano amarsi davvero.


Il matrimonio non è solo foriero di sentimenti legati all’amore, ma diventa addirittura un ostacolo per un amore preesistente e spontaneo. All’interno del vincolo matrimoniale si può trovare invece un sentimento che, pur simile all’affetto, miri a non generare la reciproca soddisfazione dei propri desideri, bensì a subordinare un coniuge all’altro, vincolando una delle due parti a una serie di obblighi e corvées sociali e morali che stabiliscono quale gerarchia di genere governa il mondo.


In questo sistema emerge l’obbligo, il legame, il vincolo, la prigionia determinata dal patto sociale che rende gli amanti schiavi delle convenzioni di corte; in particolare, il sistema permette la sottomissione della donna alla volontà di un uomo potente, passando dall’egemonia del padre a quella del marito.


L’amore inteso come sentimento e passione sembra poter trovare la sua ragion d’essere solamente in un rapporto adultero, slegato da qualsiasi convenzionalità fittizia e scevro dall’assunzione di obbligazioni virtuose declinate in aspetti valoriali di tipo sociale, politico, economico e soprattutto libero da vincoli di natura religiosa.


Sappiamo, tuttavia, che le riflessioni di Cappellano, non sono una pericolosa ed eversiva filosofia anti-cristiana: le aspirazioni del trattato De amore sono, prima di ogni altra cosa, una precettistica di valore letterario e si scontrano con una realtà storica intrisa di valori imposti dalle convenzioni di corte e dall’azione pedagogica della Chiesa; la teoria cappelliana, dunque risulta portatrice di concetti che non sempre possono essere praticati nella realtà sociale della comunità in cui sono stati prodotti. Di questo ultimo concetto vi è la prova schiacciante nella reprobatio amoris, ultima parte del trattato ed espediente tramite il quale l’autore confuta retoricamente ogni tesi precedentemente espressa.


Se Cappellano abbia voluto confutare le proprie tesi per evitare sovversioni da parte della comunità religiosa o se abbia voluto veramente trattare l’argomento dell’adulterio solo da un punto di vista letterario, ad oggi, non ci è dato a sapere in modo preciso.


È certo che il tradimento è sempre esistito ed è stato addirittura teorizzato. Che sia un atto più o meno meschino, più o meno giusto, rimane una nostra convinzione personale mediata dalla società e dai costumi che viviamo quotidianamente.


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