L'uomo giusto al posto giusto

Al giorno d’oggi capita spesso di osservare come le scelte operate, a tutti i livelli, dai vertici istituzionali di un paese in materia di insediamento di personale nei pubblici uffici, siano talvolta sbagliate. La filosofia dell’uomo giusto al posto giusto non è proprio una delle caratteristiche che si riscontra con maggior frequenza nell’Italia contemporanea e la mancata capacità di cogliere queste occasioni è ben testimoniata dagli innumerevoli articoli di giornale inneggianti allo scandalo, che esso riguardi un sindaco o un presidente.

Fortunatamente la nostra storia, anche quella più antica, non registra solo insuccessi, bensì anche pregevoli momenti di gloria istituzionale dove l’operato dell’uomo giusto ha mostrato alla comunità i frutti della sua onestà intellettuale e delle sue capacità strategiche. Come noi, anche altri soggetti stranieri hanno dovuto fare i conti in passato col problema della “scelta”, problema che in alcuni casi ha decretato il totale fallimento di un intero progetto di governo per un paese. Un caso emblematico per il medioevo (ma sconosciuto ai più) in questo senso è costituito dall’assedio di Parma, che Federico II mosse alla città tra l’estate del 1247 e l’inverno del 1248.


Siamo in Italia, nel momento più intenso della lotta tra le componenti cittadine e regionali aderenti alle fazioni filo-papali e filo-imperiali, più comunemente note come guelfe e ghibelline. Il 15 giugno 1247, duecento parmigiani anti-imperiali lasciano la città di Piacenza, dove avevano trovato rifugio dopo la presa ghibellina di Parma, per riconquistare la propria città. Durante la marcia, Ugo da San Vitale, ex podestà dei Mercanti e capitano del Popolo a Parma nel 1244, viene eletto comandante del contingente e vessillifero.


Dopo aver ricevuto la notizia di quanto stava accadendo, il podestà di nomina imperiale al governo di Parma, Enrico Testa, guida i suoi cavalieri fuori dalle mura per contrastare l’avanzata nemica. A Borghetto del Taro si consuma la battaglia tra i due schieramenti, che provoca la morte di Enrico e che decreta vincitori gli esuli parmigiani del San Vitale. Le milizie tedesche a guardia del comune non oppongono resistenza e il nuovo governo anti-imperiale, con Girardo da Correggio come podestà, viene instaurato. Molti fattori contribuirono a generare questo esito e tra questi alcuni sono da imputare proprio a Enrico Testa


Innanzitutto Enrico non aveva con se la fanteria cittadina e di conseguenza il favore della pars populi. Essa infatti non si mobilitò con lui, anzi accolse a braccia aperte Ugo da San Vitale non appena lo vide, a dimostrazione del plauso ottenuto dal vessillifero parmigiano tramite l’oculata amministrazione cittadina avvenuta tre anni prima e mai dimenticata dai cives. Inoltre gli imperiali erano totalmente impreparati: non avevano le fortificazioni adeguate e i milites mobilitati da Enrico provenivano da una festa di nozze, quindi inadatti allo scontro per via dell’ubriachezza. 


Non è la prima volta che Enrico fa questa figura, infatti anche il 15 giugno del 1230, a Siena, si rende protagonista dell’ennesima disfatta dovuta alle sue incapacità militari. Difficile credere che un individuo del genere abbia avuto una scalata sociale fino alla podesteria parmense solo per le sue doti. Federico II lo aveva nominato podestà di Parma solo perché era imparentato col figlio Enzo di Svevia. Un contenzioso tra le fonti ostacola l’identificazione esatta dei suoi lineamenti professionali, contrapponendo a Henricus, un semplice uomo aretino, avvezzo alla vita pubblica e nominato podestà dall’autorità imperiale, ad Arrigo, un poeta della corte di Federico II, proveniente da Lentini. In entrambi i casi non sembra comunque un curriculum così incisivo da ritenere Enrico adatto alla carica di podestà e quindi di capo dell’esercito cittadino. Questa sottile ma gravissima decisione, basata sulla circolazione eccessivamente intima dei poteri, costa cara a Federico in quanto perde così l’ultimo grande centro per il controllo del transito tra gli Appennini. 


Giunge ai vertici imperiali la notizia della perdita di Parma. Enzo e Federico II muovono verso la città, impiegando più tempo del previsto e permettendo quindi ai parmigiani di potenziare le loro difese. Grazie alla diplomazia del parmigiano Bernardo Rossi, la notizia della presa della città giunge rapida alle orecchie dei rettori dei centri vicini anti-imperiali, che inviano truppe per aiutare Parma nell’imminente difesa dagli eserciti federiciani.


Ai 15.000 uomini che le forze sveve schierano a fine luglio davanti alla città, Parma risponde con 10.000 unità, in parte provenienti da Mantova, Piacenza, Milano e Genova. I comandanti di questi contingenti dispongono le truppe lungo un quadrilatero circoscritto attorno alla città, impedendo quindi a Federico II di accerchiare le mura in una morsa che avrebbe preso i parmigiani per fame. 


Proprio questi comandanti risultano molto interessanti ai nostri occhi, poiché sono stati scelti per quell’incarico sulla base di competenze e provate esperienze militari. Lo testimonia il fatto che i veronesi provenienti da Mantova erano al comando di Rizzardo da San Bonifacio, il quale aveva avuto modo di fare esperienza nel conflitto contro i Torelli. I piacentini erano capeggiati da Obizzo Malaspina, membro di una famiglia di tradizione aristocratica e quindi avvezzo da sempre all’uso delle armi. I milanesi erano guidati da Guglielmo da Soresina e da Ottone Marcellini, il primo con esperienze nei contrasti con Pavia e il secondo con una solida istruzione bellica derivata dalla famiglia di tradizione militare.


Dopo cinque mesi di assedio, le forze anti-imperiali vedono nell’inverno tra il 1247 e il 1248 un tanto agognato momento di respiro e anche una possibilità di vittoria prima del tempo. A Federico II rimangono 3.000 unità circa, tra fanti e cavalieri tedeschi, toscani, pugliesi e cremonesi, oltre a un contingente di saraceni dalla sua scorta personale. I numeri rimasti sul campo sono totalmente diversi ora che parte delle truppe sveve si sono ritirate per l’inverno.


All’inzio di febbraio del 1248, Federico compie l’ennesimo sbaglio, inviando quasi metà delle sue forze a Enzo che aveva cercato di tagliare invano i rifornimenti lungo la linea Parma – Brescello. Rimane così sguarnito l’accampamento imperiale dinanzi alla città e il 18 febbraio 1248, il nuovo podestà di Parma, Filippo Visdomini e il legato pontificio Gregorio da Montelongo attaccano l’accampamento con tutte le forze rimaste, impegnando gli ultimi armati federiciani prima di irrompere nella base nemica e costringere il povero imperatore a una umiliante ritirata verso Fidenza. Questa sconfitta costituisce il colpo di grazia alle ambizioni sveve sull’Italia settentrionale.

Ancora una volta, i comandanti vincitori di questo scontro emergono per la caratteristica che li ha resi trionfanti: Filippo Visdomini, il protagonista della battaglia e artefice del trionfo, era stato nel 1239 podestà di Genova, impegnandosi militarmente nel contenimento delle pressanti forze imperiali, piemontesi e liguri, e ancora nel 1241 assunse la podesteria di Milano, scontrandosi contro i pavesi durante il mandato.


Vedere sfumare un grande progetto di razionalizzazione e amministrazione del territorio italiano, come lo aveva pensato Federico II, a causa di una scelta sbagliata non dovrebbe sorprendere più di tanto, visto che la storia è piena di decisioni che hanno ribaltato regni e imperi. L’entità della scelta però, non può non far riflettere su quanto poco valesse sfruttare la comodità di una parentela in cambio del controllo su un territorio come il nord Italia. Ancorarsi alla semplicistica visione di un organico istituzionale basato sulla conoscenza, o sull’intuizione sbagliata per il podestà, il sindaco o il presidente di turno, è la chiave per ogni fallimento. La diplomazia è il correttivo a questa grave mancanza, così come lo è la sua conseguenza, cioè la circolazione del personale pubblico all’interno di una rete sovra-regionale che permette l’accumulo di esperienza e di successi.  


Il passato rappresenta un grande maestro a cui chiedere consiglio. Forse tutti dovremmo osservare più spesso le azioni di chi ci ha preceduto, non per copiarle nella speranza di cambiare il mondo, ma per apprendere le riflessioni che altri prima di noi hanno elaborato per assicurarsi la sopravvivenza. Nel nostro tempo, tali pensieri, potrebbero portare a una maggiore considerazione delle capacità che possono fare dell’uomo preparato, l’uomo giusto al posto giusto.

Esposizioni a confronto
Uno dei quadri della personale di Carla Bruschi
"Un'inquieta sernità del visibile", la mostra curata dal Critico d'Arte Lorenzo Bonini alla Umanitaria di Milano
Paesaggio N.8, acquarello su cartoncino, 36x51 cm, 2015
Tanto più forte l'arte imita la vita, quanto più forte la vita imita l'arte.
danseur blanc I, pastello bianco su cartoncino 35x50, 2016, Canosso
La bellezza di un corpo, che innocente, balla al chiaro di luna
Dimensioni 24x32 cm, acquarello su carta, 2013.
Domenico 17 Marzo 2019, alle 17:00, inaugurazione della mostra del maestro Silvio Benedetto.
Nel Comune di San Marco d'Alunzio, nella bella struttura della Badia Grande, si è tenuta la mostra collettiva curata dall'artista Silvio Benedetto.
28 febbraio 2019
Un progetto di solidarietà internazionale ed educazione alla Pace l'accoglienza.
23 febbraio 2019
La mostra fotografica di Marco Costa all'Associazione Percorsi di Milano
14 febbraio 2019