L'atleta che sconfisse il nazismo

Cosa c’entra lo sport con la politica, con la cultura, con la società? Beh, oggi si vorrebbe che la risposta fosse: non c'entra nulla. Oggi fa comodo lo sport che sta lì, nel suo recinto ludico, merita giusto le guardate televisive, le miliardate degli sponsor, le litigate furiose, ma in quanto ai valori, lasciamo perdere, va. E invece lo sport, se guardi la sua storia, è stato moltissime volte in grado di rappresentare l’umano. Prendete Berlino 36, tutti ricordano Hitler furente, ma del coraggio dell'ariano biondo Max Lung, chi ne sa qualcosa?

Olimpiadi di 80 anni fa. Berlino 1936.
Ovvero, la storia di una dittatura criminale intrecciata alle gesta di due uomini che si sfidavano nel salto in lungo: Jessie Owen e Luz Long.
Lo sport, già allora, era una prospettiva diversa da cui guardare il mondo. E lo fu anche per il regime nazista, che aveva intuito la potenzialità mediatica e propagandistica dell’agonismo costruendo le prime olimpiadi “multimediali” e tralasciando, purtroppo per un solo tratto di storia,  quella visione della contaminazione che gli bruciava l’anima.
Convenienza propagandistica?
Difficile pensare che un regime che proprio in quei giorni stava facendo dello sterminio una pratica industriale, con piano d’impresa, capitale e scopo, si piegasse ad una convenienza.
Anche nella Berlino del ’36, lo sport veniva considerato dimensione a parte, e se ne raccolse l’aspetto propagandistico, trascurando il fatto che  potesse mostrare proprio quei valori che si volevano contrastare.
La gara del salto in lungo della XI Olimpiade sta lì,  scolpita nella colonna traiana dello sport a dimostrazione di un agonismo che non divide, ma lega.
Le propagande dei due blocchi avevano montato quel duello come un’ordalia fra i valori del nazismo e quelli della democrazia.
I campioni di quella sfida erano due.
Uno Jessie Owens, nero, americano. Un fisico esile ma straordinariamente votato alla velocità, oro nei cento, duecento e staffetta.
L’altro Luz Long, alto, biondo, potente, designato dal regime, suo malgrado, “campione ariano”.
Uno scontro vissuto crudamente dai mass media ma non da loro due, da anni abituati a togliersi la stessa sabbia dalle scarpe e a versare le medesime gocce di fatica sulle pedane.
La qualificazione alla finale, allora, era fatta a occhio.
I giudici cioè non misuravano, dicevano solo se il limite  era stato passato, oppure no.
Le prime due prove di qualificazione di Jessie furono catastrofiche. Fra mille proteste, vennero dichiarate nulle, ponendo Owens davanti al terzo salto, il più importante della sua vita.
Per di più, in contemporanea all’ultima qualifica (casualmente?) stava per partire la batteria dei 200, distrazione che sarebbe potuta costare cara.
Nella storia ci sono carezze che ancora risuonano. Più di tanti, inutili schiaffi.
Carezze. Come la corsa del gigantesco campione biondo.
Luz davanti agli sguardi stupiti dell’Olimpico Berlinese, che arrivò accanto all’avversario, e gli suggerì di accorciare la rincorsa, per non essere disturbato dalla gara che poteva tormentargli la concentrazione. E poi, in un mezzo inglese… “Jessie, stacca molto lontano dalla linea, perchè i giudici oggi sono strani”.
Un grande episodio quel dialogo. Cancellato, però, dalla agiografia ufficiale dei giochi, perché i mass media scelsero un’altra immagine: la presunta fuga di Hitler davanti alla vittoria di un nero.
In realtà quella fuga non ci fu. E fu lo stesso Owen a raccontarlo.
Nella scenografia dell’olimpico berlinese, l’esultanza di Jessie era un irrefrenabile ritmo blues. Un risuonare di vitalità che molto contrastava con lo statuario tempo wagneriano architettonicamente concepito da Speer. Eppure Hitler stette lì per buona parte di quel trionfo e prima di allontanarsi incrociò lo sguardo del vincitore alzando la mano in un cenno di saluto e  di complimento.
Ma quel “gesto” rimase inciso solo nella memoria del vincitore.
Chissà perché.
In fondo, non serviva raccontare una realtà adulterata per dipingere la criminalità del Fuhrer nazista,  sarebbe bastato riincontrare gli anni amari che furono il futuro di Luz Long.
A Hitler, al di là del riconoscimento pubblico, l’amicizia del suo atleta per il nero americano non andò giù. Scoppiata la guerra, come un gesto di lealtà avesse bisogno di redenzione, a Luz venne tolta la franchigia che copriva gli atleti tedeschi dall’impiego nell’esercito.
Fu arruolato nei corpi d’elite, quelli che fanaticamente misuravano la fedeltà al regime, morendo.
L’ultima lettera che Jessie ricevette dall’amico era piena  di raccomandazioni per la famiglia. Long ormai intuiva la sua morte e la sconfitta del nazismo da parte della democrazia, proprio come in quel giorno del 1936, a Berlino. Pochi giorni dopo quell’addio d’inchiostro, il soldato semplice Luz  Long cadde in Italia, colpito dai connazionali del suo grande amico, Jessie Owens.
Luz Long. Eroe di lealtà. Una bella storia, da raccontare.
Correttezza… Solidarietà… Principi quasi sconosciuti nella corsa a mozzafiato chiamata progresso dell’umanità. Ma valori che compaiono spesso nelle storie di sport.  
Sport… tangibile altrove.
Se mandiamo un po’ più avanti il filmato di Berlino, quello che non fece Hitler, cioè ignorare Owens, lo fece per ragioni elettorali Eisenhower, che per non perdere gli stati del sud rimandò l’incontro con il campione nero a dopo le elezioni presidenziali.
Ma fa niente, la verità ormai non è quello che è, ma quello che ci raccontano.
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