La committenza di Dio

La mostra “Bellezza divina, tra Van Gogh, Chagall e Fontana” a Palazzo Strozzi, è ormai celeberrima a causa degli episodi che hanno visto come protagonisti alcuni insegnanti della scuola elementare Matteotti di Firenze: il consiglio interclasse della scuola ha infatti annullato la visita al fine di “venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche”, provocando l’invio a Firenze di un ispettore del Miur per fare chiarezza sull’accaduto.

Al di là di questi avvenimenti, la mostra offre ai visitatori un percorso espositivo in cui si alternano sezioni tematiche ad altre narrative, riguardanti il Vangelo.


In primo luogo il titolo appare assai fuorviante, una strategia pubblicitaria che conduce il visitatore ad aspettarsi una raccolta di opere dei tre artisti citati, sminuendo il valore dell’esposizione che invece appare coerente e capace di mettere sotto una nuova luce le opere d’arte sacra del secolo precedente. All’interno dell’esposizione sono presenti solamente due opere di Fontana e una a testa per Chagall e Van Gogh , prontamente messo sui cartelloni pubblicitari della mostra, probabilmente nella speranza di rendere più accattivante l’invito alla visita. 


L’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Arcidiocesi di Firenze, l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze e dei Musei Vaticani. La mostra si inserisce nell’ambito delle manifestazioni organizzate in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale, che si è tenuto a Firenze tra il 9 e il 13 Novembre, con la presenza straordinaria di papa Francesco.


La riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento è affidata ad oltre cento opere di artisti italiani ed internazionali come Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Consorati, Gino Severini, Renato Guttuso, Emilio Vedova, Jean-Francois Millet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Georges Rouault, Henri Matisse, oltre ai tre citati nel titolo della mostra.


Il percorso espositivo, diviso in sette sezioni, offre la possibilità di osservare le opere da un punto di vista inedito, ma determinante per comprendere meglio il ricco e complesso panorama dell’arte moderna, non solo sacra. Le parti centrali della mostra seguono la narrazione evangelica e per ogni tema le opere sono presentate secondo un andamento sostanzialmente cronologico: la vita di Cristo costituisce il filo conduttore dell’intero percorso. Nel clima culturale degli anni trenta del Novecento, maturano nuove riletture dei temi iconografici sacri e qui il visitatore, laico o credente, riesce a percepire questo cambiamento d’approccio al tema: un panorama storico in cui le angosce della società si intrecciano con la passione di Cristo e la sua vita terrena. 


Papa Paolo VI, in un suo famoso discorso del 1964 nella Cappella Sistina, affermava che “bisogna ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Non abbiamo rotto, ma abbiamo turbato la nostra amicizia”. I predecessori di Paolo VI pretendevano che l’arte sacra rimanesse ancorata alla tradizione rinascimentale-barocca, come se questa fosse l’unica possibile e la più rappresentativa. Paolo VI ebbe invece il coraggio di ammettere che tale richiesta era irragionevole nei confronti dell’arte e soprattutto degli artisti, i quali hanno bisogno della libertà di espressione per poter esprimere ciò che lo Spirito suggerisce in ogni tempo agli uomini. La mostra fiorentina aiuta a ricucire la secolare alleanza fra Chiesa e Arte, mostrandoci come nell’arco di un secolo la sensibilità degli artisti sia cambiata nei confronti dei temi sacri.

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