Il dialetto a Milano è ancora vivo!

Sorpresa, la globalizzazione a Milano e Brianza segna il passo, le culture locali stanno rivalutandosi e così la riscoperta della lingua milanese e brianzola è in grande crescita. Un segno di speranza culturale? Diremmo di sì

Fino a diversi anni fa il dialetto milanese e quello brianzolo erano considerati una “specie in via di estinzione”. Già, perché a differenza di altri dialetti italiani, la nostra lingua (chiamarla “vernacolo” è riduttivo) sembrava venisse parlata da un numero sempre minore di “indigeni” i quali, immersi nella globalizzazione del momento, cullavano tradizioni e storia di etnie diverse dalla propria.

I nomi di Giovanni Ambrogio Biffi (autore nel 1600 del primo testo di fonetica ragionata del milanese), Carlo Porta, Delio Tessa, Cletto Arrighi, Tommaso Grossi e tanti altri sono rimasti così soltanto dei nomi scritti su libri imprigionati in qualche cassetto chiuso a chiave o anonimi intestatari di una targa all’inizio di una via cittadina.

Da alcuni anni però sembra che la tendenza sia cambiata; si rispolverano i testi dialettali, si diffondono rassegne teatrali anche di compagnie locali che riescono a fare il tutto esaurito e le varie fiere e sagre fanno riscoprire le tradizioni popolari avvicinando i giovani e i bambini a quelle che sono le radici di un popolo che sta risorgendo dalle ceneri, come un’Araba fenice.

La lingua e la cultura milanese stanno trovando oggi diffusione anche grazie ai vari concorsi di poesia dialettale che vedono un buon riscontro di partecipanti. Ne sono una testimonianza “Il Solco” di Biassono, “Il Campanile” di Cerro Maggiore, il “Curt Granda” di Albiate, “La Campanella” di Bovisio Masciago, “Prima che vègna nòtt” di Milano, “San Gerardo dei Tintori” di Monza, A.U.P.I. di Milano, numerosi altri e il concorso canoro Cantem Insemma di Lissone.

Ciò che più colpisce, positivamente si intende, è il fatto che molti concorsi dedichino una sezione ai giovani e ai ragazzi, proprio per stimolare in loro quella voglia di “milanesità” che, stanca di sopire, vuol tornare ad essere un giardino fiorito nella primavera delle nuove generazioni.

Renato Baroni

1 commenti

Enrico Sala :
Da decenni andiamo affermando che il dialetto ha una sua validità, è lo specchio della cultura di un popolo, l'immagine del suo vivere la vita di tutti giorni e del suo divenire nel tempo, la testimonianza degli eventi storici che lo hanno interessato ma allo stesso modo ci rendiamo anche consapevoli, in un contesto sempre più universale, che le parlate locali si avviano ad essere fagocitate da una omologazione linguistica irreversibile, cercando di sopravvivere nel bene e nel male assoggettandosi, come mai prima d'ora, al regime indeformabile della scrittura. E' la storia che si ripete, ci si accorge del valore delle cose solo quando si stanno per perdere e questo è quello che sta succedendo alle parlate locali che purtroppo hanno una loro imminente data di scadenza e nelle aree più o meno metropolitane, dove il processo di omologazione è più veloce rispetto ad altre meno esposte alle contaminazioni esterne, si tratta solo di aspettare un paio di nuove generazioni. Quando i dialetti, molto probabilmente, saranno solo strumento di studio e riconosciute come lingue, non li parlerà più nessuno. Ai miei tempi il ragazzi il dialetto lo parlavano in casa, era la lingua di conversazione sociale. | lunedì 29 dicembre 2014 12:00 Rispondi
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