Gli eroi veri? Quelli dimenticati !

Questa epoca usa ormai la parola eroe, a caso, senza motivo. La svuota. Dimentica il senso, perché non ha memoria. Basterebbe invece un nome, Adolfo Ferrero, e fare di quel nome un simbolo, per insegnare a questo tempo senza eroi, il senso del termine.

Una trincea, un paesaggio di terra e roccia, sacchi di sabbia.

E un ragazzo, che scrive.

In questo caso ha la divisa grigioverde, ma potrebbe anche essere uno di quelli con l’uniforme grigia nella linea là di fronte, segnata dal filo spinato, butterata dalle artiglierie, o indossarne una azzurra, o marroncina, immerse nel cimitero chiamato fronte occidentale.

Quel ragazzo. quei ragazzi,  sull'orlo dell'inferno, scrivono parole pensando a casa.

 

" Cari genitori, scrivo questo foglio nella speranza che non vi sia bisogno di farvelo pervenire. Non ne posso fare a meno. Il pericolo è grave, imminente. Avrei rimorso se non dedicassi a voi questi istanti di libertà, per darvi un ultimo saluto. Voi sapete che odio la retorica... No, no, non è retorica quella che sto facendo. Sento in me la vita che reclama la sua parte di sole; sento le mie ore contate, presagisco una morte gloriosa, ma orrenda. Fra cinque ore qui sarà un inferno. Fremerà la terra, s’oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa e rombi e boati risuoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che in questo istante medesimo sento in lontananza. Il cielo si è fatto nuvoloso: piove. Vorrei dirvi tante cose... tante.... ma Voi ve l’immaginate. Vi amo tutti, tutti.... Darei un tesoro per potervi rivedere... Ma non posso... Il mio cieco destino non vuole. Penso in queste ultime ore di calma apparente, a te, Papà, a te, Mamma, che occupate il primo posto nel mio cuore; a te, Beppe, fanciullo innocente, a te, Nina...Che debbo dire? Mi manca la parola: un cozzar di idee, una ridda di lieti e di tristi fantasmi, un presentimento atroce mi tolgono l’espressione... No, No, non è paura. Io non ho paura! Mi sento commosso, pensando a Voi, a quanto lascio, ma so di mostrarmi forte dinanzi ai miei soldati, calmo e sorridente. Del resto anch’essi hanno un morale elevatissimo. Quando riceverete questo scritto, fattovi recapitare da un’anima buona, non piangete. Siate forti come avrò saputo esserlo io. Un figlio morto in guerra non è mai morto. Il mio nome resti scolpito nell’animo dei miei fratelli; il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapitata), gelosamente conservati, stiano a testimonianza della mia fine gloriosa. O genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando saranno in grado di capirvi, ai miei fratellini, di me, morto a vent’anni per la Patria. Parlate loro do me; sforzatevi di risvegliare in loro il ricordo di me... Che è doloroso il pensiero di venire dimenticato da essi... Fra dieci, vent’anni forse non sapranno più d’avermi avuto fratello...

Il vostro Adolfo

 Sono l'ultimo ricordo di uno dei 700.000 italiani che dopo gli anni balordi tra il 1915 e il 1918 non ci sono stati più.

Uno dei milioni, non ha più senso chiamare tutte le vittime italiani o austroungarici, francesi, tedeschi, inglesi, nemici o amici.

La lettera di Adolfo Ferrero è al sacrario di Asiago. Fu trovata venti anni dopo, sulla salma dell’attendente a cui era stata affidata (si usava così, passare i saluti estremi agli altri, nella speranza che almeno uno si salvasse…).

Il suo nome è una delle tante ombre che continuano a lasciare le poche abitazioni, le ville borghesi e le cascine dei nostri posti per andare là, al confine, a morire.

Bisogna capire che quelle persone non sono soggetti da fiction ma gente vera, di cui ancora possiamo leggere sentimenti ed emozioni che sono come le nostre.

Vedere e leggere quella lettera ingiallita non è solo fare memoria ma insegnare il concetto del valore, al presente.

Una impresa vana? No, necessaria, se vogliamo che questo mondo tiri avanti ancora un po’.

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